Nel cuore della Valdichiana, alle propaggini dei placidi monti che ne separano il versante occidentale dal Senese, sorge uno dei borghi più affascinanti dell’Italia centrale.

È Monte San Savino, che, da oltre venti secoli, osserva come un guardiano una terra ricoperta da verdi foreste e da fertili campi, tra cui svettano qua e là da deliziosi paeselli.

Luogo natio di artisti e persino di un papa, il “Monte” (come viene semplicemente chiamato dagli abitanti della zona) è oggi un vivace scrigno di storia ed arte, nonché di folklore e ottimi prodotti culinari, che lo rendono una tappa molto interessante per chi intende calarsi nel paesaggio e nelle tradizioni di questo angolo di Toscana.

La verdissima campagna savinese

La verdissima campagna savinese

Due millenni di storia

La sua felice posizione ha fatto di Monte San Savino un crogiuolo di eventi storici sin dalla notte dei tempi (approfondisci). Sul colle su cui si erge, sorse infatti, intorno al IV secolo a.C., un insediamento etrusco, poi destinato a prosperare in epoca romana. Sotto l’Urbe, il paese ebbe il nome di Area Alta (in probabile riferimento alla sua posizione sopraelevata), poi divenuto Ajalta in età medievale.

A conferire al Monte il toponimo odierno fu il culto di San Savino di Spoleto, a cui, intorno al VI secolo d.C., fu dedicata una pieve nella vicina località di Barbaiano. La devozione verso il martire umbro crebbe al punto tale che, non solo gli venne intitolato il borgo, ma, nel 1175, la pieve fu trasferita nel cuore del centro abitato.

Chiesa del Suffragio Monte San Savino

Grazie alla sua lunga storia, Monte San Savino pullula di antichi edifici: qui la Chiesa del Suffragio

Frattanto, Monte San Savino, andrò incontro a secoli alquanto convulsi. Storico centro guelfo, e per questo fiero alleato di Firenze, si trovò spesso in conflitto con la vicina città ghibellina di Arezzo, da cui non di rado accolse esiliati dalle locali autorità.

Arezzo, tutt’altro che propensa a ignorare una simile “spina nel fianco”, la espugnò per ben due volte agli inizi del XIV secolo. Ma il suo dominio non sarebbe durato a lungo. Nel 1339, il Monte passò a Perugia, alleata di Firenze, che lo mantenne fino al 1380. A seguire, dopo due brevi parentesi sotto Arezzo e Siena, Monte San Savino divenne, in via definitiva, roccaforte fiorentina.

Il forte legame con Firenze (testimoniato tutt’oggi dalla presenza del giglio bottonato nell’emblema cittadino) condusse il borgo verso quasi un secolo di pace.

Dalle rive dell’Arno giunse la potente famiglia Ciocchi (da allora noti come “Ciocchi del Monte”) e la storia del piccolo borgo cambiò per sempre. Da tale casata provenne uno dei due savinesi più illustri di sempre: Giovanni Maria Ciocchi del Monte, meglio noto come papa Giulio III, eletto al soglio pontificio il 7 febbraio 1550.

A vigilare sulla formazione del 220° successore di Pietro era stato lo zio Antonio Maria, che fu a propria volta cardinale. Ma anche mecenate dell’altro dei due savinesi più illustri: il grande scultore e architetto Andrea Contucci detto “il Sansovino” (leggi di più), autore di mirabili opere artistiche e architettoniche (tutt’oggi apprezzabili, tra gli altri luoghi, a Roma, Firenze e Loreto).

Sempre nel 1550, all’indomani dell’elezione di papa Giulio III, il fratello di costui, Baldovino, fu investito dal granduca Cosimo I de’ Medici del titolo di Conte di Monte San Savino.

Eppure, già nel 1569, la storica casata si estinse. Nel secolo successivo, fu un’altra nobile famiglia, i marchesi Orsini, a governare il borgo, che in seguito passò sotto il dominio di Mattias de’ Medici.

Il Monte restò in una situazione di sostanziale tranquillità nei secoli seguenti, confermandosi tra i più attivi centri abitati chianini, specie all’indomani della grande bonifica della Valdichiana (tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento). Una tranquillità sì turbata dal passaggio del fronte nella Seconda Guerra Mondiale (che uccise circa settanta savinesi), ma, in seguito, perfettamente ristabilita e che oggi rende Monte San Savino – come vedremo – splendido capoluogo di un altrettanto splendido Comune.

L’arrivo nel borgo

Monte San Savino è meta turistica assai agevole da raggiungere. Il suo territorio, attraversato dall’Autostrada del Sole, è servito direttamente da un casello, che ne facilita l’immediato arrivo sia a chi proviene da nord, sia a chi proviene da sud.

Chi, invece, giunge dall’ovest toscano può servirsi del raccordo autostradale Siena-Bettolle ed uscire a Rigomagno, per poi attraversare la vicina Lucignano.

Con il capoluogo Arezzo, invece, il Monte è collegato da una comoda superstrada.

Gli ottimi collegamenti hanno reso il borgo un importante centro industriale, oltre che agricolo, e una moderna periferia circonda ad est il sopraelevato centro storico.

Da qui, si scorgono le due aree in cui si divide il comune savinese: a ponente, declivi boscosi che conducono fino alla vicina provincia di Siena; ad oriente, la campagna chianina, che guarda verso Arezzo. Due luoghi diversi quanto affascinanti, che confermano il ruolo di crocevia assunto dal Monte nel corso della storia.

Risalito il colle, il visitatore può posteggiare la vettura in uno dei parcheggi posti attorno alle mura castellane. Da esse, si accede al centro storico attraverso una delle quattro porte cittadine: Porta Fiorentina, Porta Romana, Porta Senese e Porta San Giovanni.

Porta Fiorentina weekend in toscana

Porta Fiorentina

In giro a piedi per il centro storico

Entrando da Porta Fiorentina, non si potrà ignorare il fiero stemma mediceo che la sovrasta, unitamente alla dedica a Cosimo I de’ Medici, a conferma del forte legame storico di Monte San Savino con Firenze.

Superata la porta, ci ritroviamo subito in Corso Sangallo, principale via della città vecchia. È intitolata ad Antonio da Sangallo il Vecchio, altro grandissimo architetto che ha legato il proprio nome a Monte San Savino (approfondisci).

Attorno a noi si apre un ridente borgo di graziosi edifici, molti dei quali, a pianterreno, ospitano botteghe artigiane. La laboriosa popolazione locale si è infatti specializzata, nel corso dei secoli, soprattutto in due settori: la sartoria e la ceramica artistica.

I pregevoli manufatti esposti dietro le vetrine ci accompagnano lungo tutto il Corso, proseguendo sul quale si arriva a costeggiare Piazza Gamurrini, consueto snodo della vita sociale cittadina. Qui un enorme obelisco a forma piramidale (noto come la “Guglia”) sorregge l’ennesimo giglio fiorentino: l’opera fu, infatti, realizzata nel Seicento, allorché il governo del feudo di Monte San Savino fu assegnato al principe Mattias de’ Medici.

Continuando a percorrere il corso, scorgiamo, a sinistra, le eleganti Logge dei Mercanti, realizzate nel XVI secolo e attribuibili, sulla base di uno scritto di Giorgio Vasari, a Nanni di Baccio Bigio.

toscana facciata di Palazzo di Monte

La facciata di Palazzo di Monte vista dalle Logge dei Mercanti

Esattamente di fronte alle Logge, sorge lo storico Palazzo di Monte.

Attuale sede comunale, fu edificato come residenza privata della famiglia Ciocchi del Monte nel XVI secolo. A progettarne la struttura originaria fu proprio Sangallo il Vecchio, dietro incarico del citato cardinale Antonio Del Monte.

L’ingresso dal Corso consente di accedere al piano superiore. Qui, oltre agli uffici pubblici e alla sala consiliare, è presente la Quadreria comunale, ove sono ritratti i più illustri savinesi della storia.

toscana cortile interno di Palazzo di Monte

Scorcio del cortile interno di Palazzo di Monte

Ma, sempre dal portone di accesso da Corso Sangallo, si scorgono due splendidi ambienti, anch’essi creati da Nanni di Baccio Bigio: un elegante cortile interno, adornato di colonne, e soprattutto degli splendidi giardini pensili, incastonati tra il palazzo, l’antica Chiesa del Suffragio (attualmente chiusa al pubblico) e le mura castellane.

In un luogo da cui si gode una suggestiva vista sui colli retrostanti Monte San Savino e un altrettanto suggestivo panorama sul borgo, si snoda un dedalo di aiuole, che affianca un piccolo teatro all’aperto.

I giardini pensili di Palazzo di Monte

I giardini pensili di Palazzo di Monte

Proseguendo su Corso Sangallo, sulla sinistra si erge l’imponente Torre Civica. L’edificio, alto circa 30 metri, fu edificato dai dominatori perugini nella prima metà del Trecento e svetta al centro del Palazzo Pretorio, antica sede giudiziaria.

La Torre presenta su tre dei quattro lati degli orologi, collegati ad una campana posta sulla sommità. La struttura è visitabile e consente, dai suoi merli guelfi, di godere di uno splendido panorama a 360 gradi sulla Valdichiana e sui colli retrostanti.

toscana Torre Civica monte

La Torre Civica

Viaggio nella cristianità locale

Fra gli elementi che hanno da sempre contraddistinto le popolazioni chianine figura, senza dubbio, la religiosità. E Monte San Savino, con le sue splendide chiese, ne fornisce l’ennesima prova.

Due luoghi, nel centro storico, risaltano, specie per l’importanza storica e per la bellezza delle decorazioni interne.

La prima s’incontra lungo Corso Sangallo, proprio di fronte alla Torre Civica (ma vi si accede dalla prospiciente via della Misericordia). È l’antichissima Pieve dei Santi Savino ed Egidio, la quale altro non corrisponde che alla citata sede religiosa ivi trasferita dalla vicina Barbaiano nel 1175.

Successivi interventi hanno conferito all’edificio un mirabile aspetto barocco. All’interno rilevano la tomba di Fabiano Ciocchi del Monte, eminente giureconsulto savinese, nonché un bellissimo organo a canne, realizzato nel 1506 da Giovanni di Antonio Piffero e collocato sulla controfacciata.

Curiosa quanto suggestiva la presenza, a destra dell’ingresso, di due nerissimi carri funebri lignei del primo Novecento.

All’interno della Pieve, risalta anche il gonfalone della Venerabile Confraternita di Misericordia. Essa, (nota, fino al 1851, come Compagnia del SS. Sacramento), da circa due secoli, cura l’edificio (che, infatti, è conosciuto anche come “Chiesa della Misericordia”), contribuendone all’eccellente attuale stato di conservazione.

La Pieve dei Santi Savino ed Egidio

Prossima alla Pieve, in Piazza di Monte, sorge un’altra antica struttura religiosa. È la Chiesa di Sant’Agostino, eretta dal relativo Ordine nel XIV secolo. Dopo che, in occasione dell’occupazione napoleonica, i frati agostiniani erano stati allontanati, il titolo parrocchiale e quello di arcipretura le furono trasferiti proprio dalla Pieve.

Lo splendido interno, anch’esso a navata unica, si contraddistingue per opere di illustri artisti: Paolo Schiavo (“Pietà e Santi”), Giorgio Vasari (l’“Assunzione della Vergine tra i Santi Agostino e Romualdo”, posta immediatamente dietro l’altare maggiore) e Guglielmo di Marcillat (autore, insieme con Maso Porro, del bellissimo rosone).

La Chiesa ospita anche la tomba di Andrea Contucci detto il Sansovino.

toscana Chiesa di Sant'Agostino interno

La Chiesa di Sant’Agostino

Ma un completo viaggio nella cristianità locale non può prescindere dalla visita ad un terzo luogo, sito ad una manciata di chilometri dal borgo: il Santuario di Santa Maria delle Vertighe.

L’edificio di culto custodisce la celebre “Madonna in mandorla”, oggetto di profonda devozione popolare sin dal Medioevo.

Una locale leggenda cristiana narra che l’immagine apparteneva a tale Aldobrando d’Alberto, ricco abitante della vicina Asciano (in provincia di Siena). Allorché costui, intorno al 1100, passò a miglior vita, anche l’icona entrò nel cospicuo asse ereditario del defunto e i due figli se la contesero aspramente. Forse fin troppo, tanto che tra essi scoppiò una furibonda lite. Alla vista della scena, due angeli, al fine di scongiurare un tragico epilogo, avrebbero sollevato la cappella ove l’immagine era custodita, per poi adagiarla sulla collinetta delle Vertighe.

Quel che è certo è che la struttura, nonostante l’apparenza moderna (frutto di un profondo restauro del 1943), ha origini molto remote. Fu, infatti, sede di un antichissimo priorato camaldolese, che poi ebbe l’attuale aspetto a partire dal Cinquecento.

La Madonna in mandorla è tutt’oggi visibile dietro l’altare maggiore, a fianco di altre antiche opere raffiguranti scene mariane e di uno splendido crocefisso ligneo quattrocentesco di Lorenzo Monaco.

 Santuario di Santa Maria delle Vertighe

Il Santuario di Santa Maria delle Vertighe

Il Santuario è attualmente affidato alla cura della Fraternità francescana di Betania, istituto di vita consacrata composto da membri sia laici che religiosi, i quali si distinguono per l’abito di colore azzurro che indossano.

Il Santuario sorge a fianco di uno splendido parco, che ogni agosto è teatro una serie di eventi (soprattutto celebrazioni religiose, ma anche gare podistiche, stand gastronomici e persino uno spettacolo pirotecnico) organizzati in occasione della festività dell’Assunzione di Maria.

Il Santuario si trova a neanche un chilometro dal casello autostradale di Monte San Savino. Per tale motivo, nel 1964, papa Paolo VI proclamò la Madonna delle Vertighe “patrona dell’Autostrada del Sole”.

Il cuore ebraico della Valdichiana

Restando in ambito religioso, Monte San Savino è stata a lungo il principale centro chianino di un’altra confessione assai rilevante nella storia d’Italia e d’Europa: l’ebraismo (approfondisci).

ghetto ebraico Monte San Savino

L’ex ghetto ebraico di via Salomone Fiorentino. L’edificio in mattoni in primo piano è la vecchia Sinagoga

La presenza giudaica a Monte San Savino ebbe un primo avvio tra il Quattrocento e il Cinquecento, allorché ivi operava un banco feneratizio (cioè, dedito al prestito di denaro, all’epoca una delle poche attività non vietate agli ebrei e, invece, interdette ai cristiani). Negli anni Settanta del XVI secolo, gli ebrei savinesi furono obbligati a trasferirsi nel ghetto di Firenze, in vista dell’istituzione di un Monte di Pietà, per far fronte alle esigenze pecuniarie degli abitanti e delle imprese locali.

Il neonato ente non seppe però operare sufficientemente, se è vero che già nel 1627 il marchese Bertoldo Orsini ottenne il rientro a Monte San Savino di alcuni ebrei da Firenze (guidati da Ferrante Passigli). Essi, oltre ad un nuovo banco feneratizio, ricevettero il diritto di erigere una sinagoga e un cimitero, furono esentati dai cospicui tributi a cui le proprie attività erano solitamente assoggettate e poterono persino circolare senza distintivo e con armi non proibite. Una restrizione a cui non poterono esimersi fu, invece, quella di vivere all’interno di un ghetto; anche se quello savinese, che si estendeva lungo una strada parallela all’odierno Corso Sangallo, era privo di porte.

Nacque così una piccola ma fiorente comunità ebraica, che, sul finire del Settecento, contava circa centotrenta membri. Pur non senza momenti negativi, gli israeliti savinesi si integrarono nella vita del borgo, apportando non pochi benefici alla relativa economia, oltre ad arricchirlo con la loro splendida cultura.

Ma la comunità ebraica di Monte San Savino conobbe la sua fine in un drammatico quanto controverso evento.

La Campagna d’Italia avviata da Napoleone Bonaparte nel 1796 aveva comportato, tra gli altri, due effetti non irrilevanti: l’emancipazione degli ebrei (cioè la loro parificazione, in tutti i diritti, agli altri italiani) e una serie di restrizioni nei confronti della Chiesa cattolica.

Nell’aprile 1799, l’Armata d’Italia occupò la zona di Arezzo, ma nel maggio dello stesso anno gli abitanti insorsero. Ne nacque un moto antifrancese, denominato “Viva Maria”. Esso, grazie anche alle ridotte dimensioni della guarnigione napoleonica ivi di stanza, in breve liberò i borghi della zona (irrompendo poi in altre zone della Toscana).

Purtroppo, in non pochi casi la situazione sfuggì di mano ai capi della rivolta e parecchi degli insorti, soprattutto contadini animati dal diffuso antisemitismo clericale dell’epoca, si resero autori di violenze anche contro le comunità ebraiche (leggi di più).

Tra queste non fu risparmiata neanche quella di Monte San Savino. Pur non venendo provocati morti (a differenza che altrove), gli ebrei savinesi subirono arbitrarie perquisizioni, insulti, percosse, arresti e altre umiliazioni. Conseguenza naturale fu che buona parte dei membri della piccola comunità fuggirono da Monte San Savino, rifugiandosi presso quelle più grandi di Firenze e di Siena. Ma anche a coloro che erano provvisoriamente rimasti fu ingiunto, soprattutto per scongiurare future violenze, di andarsene dal borgo, trasferendosi a Siena.

Da allora, la comunità ebraica savinese cessò di esistere. Ma le testimonianze della sua presenza permangono.

Lungo la graziosa via Salomone Fiorentino (intitolata al celebre poeta e letterato settecentesco, tra i più celebri ebrei savinesi), sorge la vecchia Sinagoga. Edificata nel Seicento, fu assoggettata a ristrutturazione tra il 1729 e il 1732.

All’interno, ormai sostanzialmente spoglio, permangono stucchi e finte finestre decorative, nonché una cornice in pietra con i cardini delle ante dell’Aron ha-Kodesh (una sorta di armadio sacro presente in ogni edificio di culto ebraico).

La Sinagoga è oggi visitabile ad orari prestabiliti nei giorni di mercoledì, sabato e domenica (d’estate anche di giovedì e di venerdì) contattando previamente l’Ufficio turistico in Piazza Gamurrini.

All’esterno del borgo, in località Campaccio, inoltre, sono ancor oggi visibili i resti dell’antico cimitero ebraico: tra gli alberi di un bosco, svettano circa venticinque vetuste lapidi, semicoperte da muschio, creando un’atmosfera molto suggestiva. Il luogo di sepoltura, di proprietà della Comunità ebraica di Firenze, giace su un pendio che degrada verso sud-est, di modo da essere rivolto verso Gerusalemme, com’è tradizione per i cimiteri israelitici.

Una perla medievale: Gargonza

borgo medievale di gargonza toscana

Veduta esterna di Gargonza

Se siete amanti del Medioevo e volete riviverlo, almeno per qualche ora, non occorre necessariamente una macchina del tempo… A una manciata di chilometri da Monte San Savino, in direzione di Siena, sorge un luogo affascinante come pochi, che affonda le proprie radici nel XIII secolo.

Scorcio interno di Gargonza

Scorcio interno di Gargonza: a destra il Cassero e sullo sfondo la Chiesa dei SS. Tiburzio e Susanna

È la splendida Gargonza, borgo fortificato che svetta tra le verdi foreste a occidente del capoluogo comunale.

Roccaforte a lungo contesa fra Guelfi e Ghibellini e poi tra le potenze toscane Siena e Firenze, nel XVI secolo divenne feudo dei nobili Lotteringhi della Stufa. Due secoli dopo, i nuovi proprietari, i marchesi Corsi, lo trasformarono in tenuta agricola.

Un successivo spopolamento, intorno alla metà del Novecento, gettò Gargonza in una fase di declino. Circostanza che, negli anni Settanta, indusse il Conte Roberto Guicciardini Corsi Salviati a sottoporla ad un generale restauro, al fine di preservarne l’aspetto medievale.

L’intervento fu risolutivo: oggi il luogo, nella sua pace, è un autentico gioiello, una sorta di ponte con l’età dei castelli e dei cavalieri.

L’abitato, interamente circondato da severe mura medievali, occupa un piccolo colle. Al centro svetta il Cassero, un’imponente torre merlata a pianta quadrata. La Torre domina la piazza principale, che ospita un’antica cisterna e la duecentesca Chiesa dei Santi Tiburzio e Susanna.

L’ingresso principale a Gargonza è la porta che guarda a nord, su cui una lapide ricorda la presenza in loco di Dante Alighieri nel 1302.

Il Sommo Poeta, all’epoca esiliato per motivi politici dalla natia Firenze, partecipò qui ad un’assemblea tra Guelfi bianchi (lo schieramento di Dante) e Ghibellini: lo scopo fu probabilmente quello di ideare un piano per rovesciare il governo dei Guelfi neri nella città del Giglio.

Il borgo toscano tra folklore e buona tavola

Splendida per l’intero corso dell’anno, Monte San Savino esercita tuttavia un fascino particolare in occasione della Rievocazione storica delle “Allegrezze”. L’evento, organizzato dalla Proloco, commemora l’investitura di Baldovino a conte savinese del 1550 e si svolge ogni mese di giugno (nel 2017, da venerdì 16 a sabato 24) per le vie del centro storico.

Cortei, banchetti, mercatini e spettacoli di saltimbanchi animano le strade del Monte, in una festa che culmina con una serie di giochi ai quali prendono parte i quattro quartieri in cui è suddiviso il paese: Castiglia (giallo-rosso), Jalta (giallo-blu), Porticciolo Guglielmi (bianco-nero) e San Giovanni (rosso-nero).

Essi si fronteggiano in una serie di giochi quali:

  • il pallone grosso, corrispondente al tradizionale gioco del “pallone col bracciale” (che, fino ai primi del Novecento, fu lo sport più popolare in Italia centrale);
  • la caccia di Monte, altra antica disciplina sferistica, che vagamente ricorda il calcio storico fiorentino;
  • il tiro alla fune.

I quartieri, inoltre, si sfidano in una gara culinaria, presentando ciascuno un piatto poi sottoposto ad una giuria. E, in effetti, Monte San Savino è un’ottima meta per gli amanti del buon cibo.

Il prodotto gastronomico più celebre è senza dubbio la porchetta, celebrata con una sagra che nel 2017 (allorché si terrà dal 7 al 10 settembre) toccherà le 54 edizioni.

Tra l’altro, nel giugno 2010, fu qui realizzata quella che, a tutt’oggi, è la porchetta più lunga del mondo: un autentico colosso di 44,93 metri! L’opera fu insignita del Guinness World Record il 13 giugno di quell’anno e tutt’oggi mantiene il suo primato.

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A proposito dell'autore

Paolo Menchetti

Paolo Menchetti è nato ad Arezzo nel 1982. Di professione avvocato, scopre la passione per la fotografia per puro caso nel 2014, dopo aver iniziato quasi per gioco a gestire un profilo sul popolare social “Instagram”. Acquistata la sua prima reflex, nel 2015 frequenta il corso di fotografia artistica ed espressiva dell’Associazione Fotografia Imago di Arezzo. A conclusione del corso, partecipa alla mostra fotografica “I quattro elementi”, risultandone vincitore assoluto. Dal dicembre dello stesso anno, è membro del consiglio direttivo di Imago. Dal 2016, è tutor e insegnante del medesimo corso. Fortemente legato alla propria terra, la Valdichiana, ne utilizza spesso i paesaggi o i particolari all’interno delle antiche case leopoldine come soggetti delle proprie fotografie. Espone, in proposito, una mostra personale presso la biennale internazionale di arte fotografica "Arezzo&Fotografia 2016" intitolata "Valdichiana: un mosaico di colori, uno scrigno di ricordi". Lavora, altresì, nell’ambito della fotografia d’interni e delle manifestazioni sportive (tra queste ultime, si segnala il terzo premio ottenuto al concorso “La Chianina Ciclostorica Vintage” 2016).

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