Paesaggi naturali mozzafiato. Borghi storici incantevoli, custodi di tradizioni e di tesori artistici. Siti archeologici e musei di ogni tipo. E poi un’ammaliante enogastronomia e una gente che risalta per la propria squisita ospitalità.

Sono solo alcuni dei caratteri salienti di uno dei più affascinanti territori dell’Italia centrale, i Colli Esini, situati nella parte centro-occidentale delle Marche, tra le province di Ancona e Macerata.

Un’area che offre molteplici stimoli per quanti intendano immergersi in uno dei luoghi più puri del territorio marchigiano.

E che qui intendo raccontare, dopo aver preso parte ad un coinvolgente Educational Tour finalizzato alla conoscenza e alla promozione di questo incantevole angolo d’Italia.

Nel cuore d’Italia

Delimitati ad ovest dall’Appennino Umbro-Marchigiano, i Colli Esini si protendono lungo il corso dei fiumi Sentino ed Esino, attraverso un variegato territorio, contraddistinto ora da imponenti montagne ora da declivi boscosi ora da verdi vallate.

Valle Esina da Pierosara

Panorama della Valle Esina da Pierosara

Posta nel versante adriatico del cuore dell’Italia, l’area esina si raggiunge agevolmente da tutto il resto dello Stivale. Traversata dalla superstrada Perugia-Ancona (che a propria volta la collega alle autostrade A1 – quest’ultima raggiungibile dal capoluogo umbro tramite l’apposito raccordo – e A14) e dalla linea ferroviaria Roma -Ancona, la zona è prossima anche all’aeroporto di Ancona-Falconara.

Un territorio imperdibile, forse ancora non troppo conosciuto dalle più consuete mete turistiche, eppure tanto meritevole di attenzione da parte di quanti intendano calarsi in uno dei luoghi in cui meglio si è conservata la purezza dell’Italia, in ogni sua sfaccettatura.

Un po’ di storia

Non è possibile visitare i Colli Esini senza conoscerne l’immensa storia. Una storia iniziata molti secoli prima di Cristo, allorché l’area fu la culla di uno dei più antichi popoli italici: i Piceni. Le origini di questa civiltà si perdono nel mito: secondo una delle varianti, precisamente quella dello storico Strabone, il popolo piceno sarebbe qui giunto dalla Sabina sotto la guida di un picchio verde che indicò la strada alla sua gente (approfondisci).

L’uccello, tutt’oggi raffigurato nello stemma della Regione Marche, in effetti costituì il totem dei Piceni, che ivi crearono una plurisecolare civiltà destinata a forgiare il nucleo della cultura di questa terra.

Nel IV secolo a.C., l’area conobbe l’invasione dei Galli Senoni (fondatori, tra le altre, della vicina Senigallia), in un’epoca in cui i popoli italici guardavano con timore l’ascesa della potenza di Roma.

Statua di papa Leone XII

Statua in bronzo di papa Leone XII, nativo di Genga, presso l’inizio del sentiero che conduce al Tempio del Valadier

I Piceni, tradizionalmente in buoni rapporti con l’Urbe, scelsero di affiancarsi ad essa allorché nel 295 a.C. si consumò, in queste terre, uno dei principali eventi della storia d’Italia. Presso l’odierna Sassoferrato, una coalizione composta da Galli Senoni, Etruschi, Sanniti, Umbri ed altri popoli italici fronteggiò l’armata piceno-romana, in quella che è tradizionalmente nota come la Battaglia delle Nazioni dell’antichità (o, più semplicemente, Battaglia del Sentino). Nonostante l’inferiorità numerica (circa 40mila uomini contro 60mila), Romani e Piceni sbaragliarono i nemici, di fatto ridimensionando il potere dei Galli Senoni e preservando l’indipendenza picena. Ma anche, e soprattutto, aprendo a Roma la strada verso la conquista dell’Italia.

A farne le spese furono proprio gli stessi Piceni. L’Urbe iniziò anche qui la fondazione di proprie colonie e l’antico popolo del picchio verde, dopo un fallito tentativo di rivolta, finì per subire un processo di inesorabile romanizzazione.

Roma governò l’area esina per oltre mezzo millennio. Seguì il dominio barbarico con l’occupazione prima degli Eruli (il popolo di Odoacre, che depose l’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augusto), poi degli Ostrogoti. Ma, intorno alla metà del VI secolo d.C., con la sanguinosa guerra greco-gotica (per saperne di più), l’imperatore Giustiniano restituì il territorio alla dominazione romana (d’Oriente).

Già nel 568, i Longobardi irruppero in Italia. Il territorio esino finì per trovarsi in parte sotto la loro dominazione, venendo ricompreso nel potente Ducato di Spoleto. In parte, invece, scampò all’invasione, venendo incluso dai Bizantini nella giurisdizione della Pentapoli annonaria (una circoscrizione di cinque città, compresa nel cosiddetto Esarcato d’Italia).

Nel 728, i Longobardi riuscirono ad espugnare la Pentapoli. La popolazione locale dovette resistere per quasi cinquant’anni, fino a quando Carlo Magno, nel 773, calò col proprio esercito in Italia. Sconfitti gli occupanti, l’imperatore, sulla base delle concessioni deliberate dal padre Pipino il Breve in favore del Papa con la Promissio Carisiaca, conferì, tra gli altri, anche la Valle Esina al Pontefice Romano.

A seguire, il territorio esino, come gran parte d’Italia, fu interessato dalla nascita dei liberi Comuni. Non sarebbe stata impresa facile per lo Stato Pontificio ricondurre la zona, compresa nella Marca Anconitana, alla desiderata stabilità geopolitica. La svolta accadde solo nel 1353, in pieno periodo avignonese, allorché papa Innocenzo VI nominò vicario generale dei domini della Chiesa in Italia il cardinale spagnolo Egidio Albornoz. Costui, attraverso le cosiddette Costituzioni Egidiane emanate a Fano nel 1357, dispose un nuovo ordine per le terre papali. Fabriano, il principale centro dell’area esina, fu elevata al rango di Città grande e, successivamente, interessata dall’ascesa al potere della signoria dei Chiavelli.

Fabriano centro medievale

L’aspetto medievale del centro storico di Fabriano

La dominazione pontificia s’interruppe temporaneamente con la discesa delle forze di Napoleone Bonaparte. Nel 1797 fu proclamata la Repubblica Anconitana, poi annessa alla Repubblica Romana. Nel 1800 la Chiesa riprese il potere e, salva l’ulteriore parentesi napoleonica tra il 1808 e il 1814, lo mantenne fino al 1860. Da quell’anno, al culmine del Risorgimento italiano, i Colli Esini avrebbero legato sino ad oggi i propri destini a quelli dell’Italia unita.

Tra storia, arte e cultura: Fabriano

Il centro maggiore dell’area esina è Fabriano, che sorge nel cuore di una vallata delimitata dalle imponenti cime dell’Appennino umbro-marchigiano.

Particolare la sua origine: nel V sec. d.C., gli abitanti di due antichissimi centri locali, Attidium e Tuficum (corrispondenti rispettivamente alle odierne frazioni di Attiggio e di Albacina) crearono, in prossimità del fiume Giano, un unico insediamento per meglio proteggersi dalle invasioni barbariche.

Piazza del Comune

L’ingresso in Piazza del Comune da Corso della Repubblica a Fabriano

Sulle due sponde del corso d’acqua, furono eretti altrettanti castelli (Castelvecchio e Poggio), attorno ai quali si sarebbe progressivamente sviluppato il borgo.

Nel 1234, Fabriano divenne libero comune. Si aprì un’epoca assai fiorente per la cittadina, sviluppatasi sotto l’ingegno dei propri abitanti. Tra essi, due dei primissimi artisti italiani di ogni epoca: Allegretto Nuzi e Gentile da Fabriano.

Nel 1378, la potente famiglia ghibellina dei Chiavelli instaurò – come detto – la propria signoria sulla città, destinata a durare sino al 1435. Il 26 giugno di quell’anno, i Chiavelli furono in gran parte trucidati in una congiura. Dopo una piccola parentesi sotto Francesco Sforza, Fabriano divenne parte dello Stato Pontificio.

Ad eccezione dei brevi periodi napoleonici sul principio del XIX secolo, la Chiesa lasciò il posto solo al Regno d’Italia, a cui Fabriano fu annessa nel 1860.

Ma, nel frattempo, il centro abitato non aveva cessato di esser fucina dell’ingegno umano. Era il 1782 quando Pietro Miliani fondò le celeberrime Cartiere tutt’oggi attive e rinomate in tutto il mondo (approfondisci).

Da quel momento, Fabriano avrebbe legato indissolubilmente il proprio nome alla produzione della carta (pensiamoci bene: chi non ha mai utilizzato, almeno a scuola, un album da disegno “Fabriano”?). Non a caso, nel 2013 l’UNESCO l’ha proclamata Città creativa proprio per le arti popolari e l’artigianato. Ma non solo.

Nel 1930, fu Aristide Merloni a creare una piccola impresa dedita alla produzione delle bilance, destinata poi a diventare un colosso di rilevanza internazionale (tra i grandi marchi del gruppo Merloni si ricordano Ariston, fondata dallo stesso Aristide, nonché Indesit, creata dal figlio Vittorio).

Inevitabile la crescita esponenziale della popolazione (oggi più di 30mila abitanti), grazie al costante afflusso di manodopera. La quale ha conferito a Fabriano l’aspetto di una città vivace e dinamica. Ma che custodisce il proprio centro storico e le proprie tradizioni come un autentico gioiello.

Alla scoperta del centro storico fabrianese

Cuore del borgo è senz’altro la splendida Piazza del Comune, ove sorgono molti dei principali edifici fabrianesi. Da una parte, il trecentesco Palazzo Chiavelli (attuale sede comunale) si affaccia sulla splendida Fontana Sturinalto, opera ancor precedente (fine XIII sec.) dell’architetto Jacopo di Grondolo da Perugia (e che, fra l’altro, molto ricorda la Fontana Maggiore del capoluogo umbro).

Fontana Sturinalto Fabriano

La Fontana Sturinalto

A fianco, si erge lo splendido Loggiato di San Francesco, che con le sue 19 arcate sovrasta Piazza del Comune. Di fronte svetta il Palazzo Vescovile, dominato da una torre con orologio. Dal lato della fontana, si ammira l’imponente Palazzo del Podestà, edificato nel 1255, che conduce, attraverso Largo Bartolo da Sassoferrato, alla prospiciente Piazza della Cattedrale.

Su essa, com’è intuibile, sorge il principale edificio di culto cattolico cittadino: la Cattedrale di San Venanzio. Sede della diocesi di Fabriano-Matelica, fu costruita a partire dall’XI secolo, per poi acquisire l’odierno aspetto barocco grazie ai profondi interventi seicenteschi del celebre architetto urbinate Muzio Oddi.

Cattedrale di San Venanzio

La Cattedrale di San Venanzio

Altro imperdibile luogo della fede è la vicina Chiesa dei SS. Biagio e Romualdo, che si erge su Piazza Daniele Manin. Comprensiva del monastero e di un mirabile chiostro, la Chiesa possiede una cripta ove, dal 1481, riposano le spoglie di San Romualdo, fondatore della Congregazione camaldolese e del celebre Eremo di Camaldoli (in provincia di Arezzo).

I musei di Fabriano

Centro di cultura, Fabriano offre al visitatore una vasta quantità di musei, alcuni assai peculiari nel proprio genere.

Proprio dinnanzi alla Cattedrale di San Venanzio, presso lo Spedale di Santa Maria del buon Gesù, ha sede la Pinacoteca civica “Bruno Molajoli”.

Quest’ultimo fu tra i più insigni museologhi italiani, distintosi tra l’altro per il salvataggio di migliaia di opere d’arte del Palazzo Reale di Napoli durante la seconda guerra mondiale.

La stessa struttura possiede grande storia: fu eretta da San Giacomo della Marca come ospedale nel 1456 e fino al 1983 ha funto da brefotrofio femminile e da istituto psicopedagogico.

Al piano superiore, sono ospitate le opere di alcuni dei principali autori che, a partire dal Duecento, legarono indissolubilmente a questa città il proprio nome, perché ivi nati o comunque operanti. Tra gli altri, Puccio di Simone, Bicci di Lorenzo, Ottaviano Nelli, Antonio da Fabriano e Allegretto Nuzi.

Pollittico di Allegretto Nuzi

Pollittico di Allegretto Nuzi

Non è, invece, presente in via permanente alcuna opera di quello che forse è il più grande artista fabrianese di sempre: Gentile di Niccolò di Giovanni di Massio, meglio noto semplicemente come “Gentile da Fabriano” (per approfondire). Tuttavia, non di rado la Pinacoteca ospita mostre temporanee a lui dedicate, grazie ai prestiti di altri musei di tutto il mondo.

Madonna col Bambino

La duecentesca Madonna col Bambino recuperata da Roberto Stelluti

I lavori conservati nelle sale del piano superiore sono tutti di matrice religiosa (tavole, pale, sculture lignee e crocefissi) e spaziano in un’epoca che va dal XIII secolo al XVI secolo. L’azzeccato colore rosso delle pareti e l’ottimo impianto d’illuminazione rendono assai apprezzabili i lavori, saggiamente suddivisi in quattro sale, ognuna dedicata ad un periodo artistico (Duecento umbro-marchigiano, Scuola fabrianese, Gotico e Rinascimento, nonché Cinquecento).

Difficile stabilire l’opera più interessante. Di sicuro, ve n’è una che ha colpito in maniera particolare chi scrive: un’antichissima Madonna col Bambino, rinvenuta dall’artista fabrianese Roberto Stelluti nel 1981. Dato particolare è che, al momento del ritrovamento, l’opera si trovava dimenticata all’interno di una stanza in disuso usata come ripostiglio: qui era stata collocata molto tempo prima, ignorando che si trattasse di una scultura lignea del XIII secolo! Sottoposta ad un profondo restauro a Roma, la Madonna col Bambino fu poi riportata a Fabriano, ove oggi è esposta nella Pinacoteca.

A pianterreno, è possibile approcciarsi a un altro genere artistico, assai più recente.  A tal scopo, è allestita un’ulteriore sala: la “Casa di Ester”, intitolata ad Ester Merloni. Costei, appartenente alla celebre famiglia di imprenditori fabrianesi, collezionò a lungo opere d’arte contemporanea, che poi donò alla sua città. Giorgio De Chirico, Giovanni Boldini, Giacomo Balla, Lucio Fontana, Piero Dorazio, Arnaldo Pomodoro e Piero Manzoni sono “solo” alcuni dei celebri artisti i cui lavori si trovano esposti in questo luogo.

Altra realtà fabrianese dal grandissimo spessore culturale è il Museo del pianoforte storico e del suono. Presso l’ex monastero di San Benedetto, in Piazza Francesco Fabi Altini, è gestito dall’Accademia dei Musici, i cui membri ne consentono l’accesso al pubblico mediante visite guidate.

Il visitatore è condotto attraverso un coinvolgente viaggio nella storia del pianoforte, per mezzo di una serie di autentici esemplari di tale strumento musicale (e pure uno del suo precursore, il clavicembalo), realizzati tra la fine del Seicento e i primi del Novecento. Collocati in sale ove sono ricostruiti gli ambienti in cui il pianoforte iniziò ad affermarsi, gli strumenti ivi presenti vengono suonati dinanzi ai visitatori da un musicista che esegue opere musicali dell’epoca. La sensazione è quella di trovarsi letteralmente catapultati in un viaggio nel tempo, attraverso una macchina alimentata dalla passione e dalla preparazione degli accompagnatori, che riservano ai visitatori esaurienti spiegazioni e curiosi aneddoti (ad esempio, sapevate che il celeberrimo “Per Elisa” di Beethoven era in realtà dedicato a una donna di nome Teresa?).

Spostiamoci, poi, in via Gioberti, ove sorge un luogo più unico che raro: il Museo delle arti e dei mestieri in bicicletta. Gestito dal comitato UISP di Fabriano, si prefigge lo scopo di mostrare il ruolo avuto dalle due ruote nel corso della storia, specie in quegli anni in cui la bici era un mezzo pressoché insostituibile per chi era costretto a spostarsi al fine di svolgere la propria professione.

Vi sono così le biciclette dei vigili del fuoco, del maestro di scuola, del barbiere, dal parroco, del castagnaro, dell’arrotino, del fotografo, dello sciuscià e di molte altre figure lavorative (alcune delle quali oggi cadute in desuetudine, ma a proprio tempo diffuse quanto indispensabili), ciascuna corredata dai relativi attrezzi del mestiere. I pezzi della collezione sono assai numerosi (circa una settantina) e per ognuno di essi il preparatissimo gestore, che accompagna nella visita, fornisce ai visitatori un’esauriente quanto piacevole spiegazione.

Anche in tal caso, forte è la sensazione di rivivere in prima persona uno spaccato della storia d’Italia (anche sportiva, poiché non mancano bici d’epoca da competizione), spaziante dagli anni Venti agli anni Sessanta del XX secolo.

Come detto, la città è una sorta di “capitale” della produzione cartaria italiana. Fautore delle storiche cartiere fu l’imprenditore Pietro Miliani, il quale, nel 1782, fondò un’impresa che, in realtà, unì quelle ivi già esistenti. Sì, perché a Fabriano la carta si produce almeno sin dal 1264 (per saperne di più).

Fabriano, a fianco delle storiche cartiere (nel frattempo, passate sotto il controllo del gruppo Fedrigoni), ospita dal 1984, presso il complesso di San Domenico in Largo Fratelli Spacca, il Museo della Carta e della Filigrana, luogo che ricostruisce la storia della produzione di quello che indubbiamente è stato il principale mezzo di comunicazione e di documentazione della storia umana.

A pianterreno, è irrinunciabile la visita alla ricostruzione della gualchiera (cioè, l’antico macchinario utilizzato per la produzione della carta), di cui si può visionare l’intero procedimento produttivo. Ciò anche grazie alla presenza di un abilissimo mastro cartaio che mostra il lavoro nella sua connotazione tradizionale, a mano e con l’ausilio di un tino e di un telaio.

Al primo piano, una grande area espositiva ospita prodotti del lavoro delle storiche cartiere, tra cui carte filigranate utilizzate per la produzione, tra gli altri, di banconote e francobolli di tutto il mondo. Non a caso, ad oggi, le cartiere fabrianesi sono tra le pochissime realtà autorizzate dalla Banca Centrale Europea a produrre la carta per stampare le banconote in euro.

Per ulteriori informazioni, potete consultare il sito Destinazione Marche.

È vietata la riproduzione delle immagini realizzate all’interno dei musei.

Puoi leggere la seconda parte dell’articolo qui.

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