Non so se una capitale possa rappresentare una terra intera. Il fatto è che all’inizio Cuba ti guasta l’anima. Ti costringe a ribaltare il senso dell’esistenza. Arrivi che pensi di sapere tutto. Di avere letto tutto ed invece non sai proprio niente. Non solo, ti sembra che più stai e meno ne sai. Cuba è dei cubani. Come dei cubani è la rivoluzione. Tu ti inebri, ti emozioni, ma non la sfiori. L’Avana è una città che sa di mare. Ti fa venire in mente Genova o Lisbona. Sullo sfondo ti accoglie una ciminiera con una fiamma perenne. E poi calle su calle, tutte vie parallele. Un’architettura razionale colma di colore e disordine. Ad ogni angolo pezzi e segni di vita: mani, gesti, l’ondeggiare di un’anca, animali, rifiuti. Ti sembra il tuo sud, ma poi c’è la musica, costante, varia che ti accompagna dal mattino alla sera da ogni casa e ti sembra quasi di vedere una vecchia signora che balla mentre rassetta la casa.

In giro per l’Avana tra volti e motori

img_20151204_172913Bambini. Tanti. Tutti belli. Senza pretese di perfezione, ma con un senso di ordine. E poi corpi: donne e uomini, gambe e braccia piegate nello sforzo di guidare i risciò. Poi le macchine americane degli anni ’50. Tutte. Solo un’autista ti sa spiegare il senso di quelle auto. Il riciclo come forma di resistenza, il recupero come senso della sopravvivenza. Ogni macchina sembra dirti: non mi avrete mai come volete voi. Pali e fili della luce sono un intreccio inestricabile di tesori del passato. Esempi tangibili di genialità non barattabile.

L’Avana parla spagnolo, come la sua architettura, ma ha una chiara identità meticcia. È una città da turisti, ma basta allontanarsi un pò dal centro per scoprire altri suoi aspetti. Magari rifiutando i taxi per girare a piedi, tra il quartiere cinese e Plaza de La Revolucion e respirare aria di Cuba. Ma ogni passo segna la differenza fra te, che con due euro stai un’ora su internet e loro che non possono nemmeno pensarci. Non si tratta di censura, ma di divisione tra beni primari e secondari. Basti pensare che lo stipendio medio è di 25 pesos, ovviamente in moneta da stranieri (le monete sono  diverse pesos e pesos CUC e non credo che Obama farà cambiare idea a Raul).

Poi ci sono i nuovi ricchi, i proprietari delle casas particulares. Ingannano sulle tasse e a volte chiudono un occhio su ragazze che transitano nottetempo. Eppure, le signore che rendono quelle case uno specchio lavorano sempre per 25 pesos e un sorriso non te lo negano mai. bandiera cuba

C’è chi contesta a Cuba, senza scendere in piazza. Lo fa a tavola piuttosto, argomentando l’impossibilità di scegliere quali medicine acquistare o una scuola diversa. Ma poi ti rimane il dubbio che in realtà il suo dubbio sei tu. Tu che arrivi con tutto nelle tasche e poca roba nel cuore, a cercare segni del Che e un mojito fatto come lo bevi ai lidi di Ravenna. Ma Cuba è un’altra cosa.

La verità è che un vero viaggiatore non si ferma alla capitale e anche in quel caso, percepirebbe comunque un’immagine schermata dalla bellezza del Mito.

Ti rimane sempre il dubbio del viaggiatore: si può comprendere un posto senza essere parte della sua essenza?

“L’atto politico di viaggiare sei tu stesso che torni a casa con una prospettiva più ampia

e una mentalità grazie alla quale sei più incline ad accettare

la diversità invece di temerla e a costruire ponti invece di muri. (…)

Hai meno paura e questo è il miglior souvenir: una prospettiva più ampia”.

Tratto da: “Here’s What You Should Think About Before You Go To Cuba”

Carlos Puebla - Hasta siempre Comandante Che Guevara

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