Capitolo 1

L’Uragano Philly

“On the streets of Philadlphia it’s just you and me my friend and my clothes don’t fit me no more. I walked a thousand miles just to slip this skin…”

(Streets of Philadelphia, Bruce Springsteen)

Arrivai a Philadelphia mentre imperversava sulla costa est l’Uragano Joaquin. Allora non lo sapevo ancora ma a distanza di tre mesi ho intrepretato quell’avvenimento come un segno premonitore, dal momento che l’America, quella da sempre sognata e vissuta tra le righe dei grandi scrittori e sotto la lente del cinema americano, si è abbattuta su di me, scombussolandomi lo stomaco e le sue viscere in una maniera che non avrei mai immaginato.

Atterrata all’aeroporto di Philly il 1 ottobre 2015, dopo dieci lunghe ore di viaggio fatte di ripetute dosi di cibo anemico e dalla consistenza plastica, tre film, un libro e diversi impulsi di voler rinchiudere nella cabina del pilota il bambino che piange e scalcia dietro di me (non so per quale oscura ragione ma capitano sempre dietro di me in ogni mio viaggio in aereo), cercai subito un taxi per raggiungere quella che sarebbe stata la mia casa, almeno per il primo mese. Direzione South Philly.

Ogni volta che faccio un viaggio il Sud mi attira e mi richiama a sé come una calamita, cosa che mi varrà in futuro il soprannome di “south girl”, e così anche se mi trovavo in Nord America la mia casa si trovava nella periferia a sud della città. Un posto dove, se si è un’amante del Sud di tutto il mondo come lo sono io, è facile lasciare il cuore. Qui si mescolano comunità italiane, irlandesi, asiatiche e messicane; una visita all’Italian Market è doverosa, sebbene i prodotti italiani siano veramente troppo costosi. Sempre qui si può assaggiare il vero piatto nazionale della città, il famoso cheeseteak, un panino ripieno di carne, formaggio e cipolla, inventato dall’italo-americano Pat Olivieri negli anni Venti e divenuto sinonimo della cucina di strada di Philadelphia. Quello di “Jim’s Steaks” su South Street è un’esperienza culinaria da non perdere!

Scendendo un paio di strade ci si addentra nella vera South Philly, il cuore della comunità africana, a detta di molti non esattamente una delle zone più raccomandabili, ma a dir la verità non c’è mai stato un momento in cui io mi sia sentita realmente in pericolo o minacciata. Certo, l’unico bus che mi portava in centro, il mio nemico-amico 12, passava solo quando ne aveva voglia impiegandoci quasi un’ora (il che mi fece sentire subito a casa: l’Atac diventava Septa ma in sintesi non cambiava poi molto) e i taxisti di notte non volevano quasi accompagnarti nella periferia, ma questo è un altro discorso.

Comunque qui ho vissuto un mese in famiglia, in mezzo a persone che mi hanno accolta col sorriso e conquistata con l’asciugatrice (mai fu inventato marchingegno più geniale!), tra Marco un bambino di 1 anno buffissimo e Paul di 7 che mi augurava il “Buongiorno” tutte le mattine, tanto gli piaceva la parola che me lo diceva anche prima di andare a letto, il piccolo scienziato che faceva i più bizzarri esperimenti in casa, famoso il suo Volcano of Vinegar, e con il quale condividevo cereali al mattino, il bagno e le conversazioni in spagnolo. Nel mio primo mese ho imparato di come gli americani riescano ad ottimizzare i tempi in tutto, anche in cucina. In soli 10 minuti infatti riescono nel mirabolante sforzo di sbrinare dal freezer qualcosa di non ben definito, metterlo nel microonde, cacciarlo dopo pochi minuti, cospargerlo di salse di ogni genere e colore e mangiarlo sul divano, con i vari reality, notiziari, cartoni ad alternarsi in tv. Nel frattempo io, un po’ perplessa, avevo a malapena messo l’acqua sul fuoco e apparecchiato per me e la mia coinquilina Alessandra.

Ecco Alessandra, la ragazza con cui ho condiviso casa in questi mesi, pur non conoscendoci se non su facebook e condividendo solo il fatto che entrambe saremmo venute a Philadelphia per frequentare un master con il progetto “Torno Subito”, proprio lei è diventata la mia fedele compagna di viaggio e di avventure. Un mix ben calibrato di intelligenza, follia e caparbietà che ho amato da subito, e con la quale ho condiviso risate, viaggi e le più bizzarre esperienze, rigorosamente documentate da foto e video che non perdeva mai occasione di fare. In sintesi: il primo dei tanti doni che mamma America mi ha regalato!

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Capitolo 2

Philly, un museo a cielo aperto

Philadelphia vanta un patrimonio artistico sbalorditivo. Tra i tanti musei da visitare ce ne sono due che mi hanno emozionata. La Barnes Foundation, che possiede una delle più straordinarie collezioni, peraltro private, di dipinti impressionisti e post-impressionisti esistenti al mondo e ovviamente il luogo-culto della città, il Philadelphia museum of Art, uno dei più importanti degli USA che raccoglie opere di arte antica, asiatica, rinascimentale e capolavori dell’ impressionismo. Pre-requisito per accedervi: farsi, rigorosamente di corsa, la famosa scalinata che porta fin su, vivendo così il vostro minuto di celebrità come se foste Rocky! Io l’ho fatto e naturalmente ho un video che lo prova, la cui visione, per ovvie ragioni, è limitata però a una ristretta cerchia di amici.

Ma l’arte a Philadelphia non la si può ammirare solo nei musei perché girovagando per la città non ho fatto che imbattermi in una serie di infiniti e colorati graffiti sui muri scrostati della città. Partendo da South Philly e percorrendo tutta la città, non facevo che stupirmi di come ad ogni angolo, all’improvviso e senza preavviso, un pezzo di cemento potesse tramutarsi in una storia di volta in volta differente o in un vero e proprio racconto.

La città della street art conta infatti più di 3000 graffiti sparsi ovunque. Infatti da oltre trent’anni, il “Mural Arts Program” ha unito artisti e comunità in un processo collaborativo allo scopo di raccontare la storia di alcuni luoghi attraverso l’arte, trasformando spazi pubblici in una maniera sorprendente. Il progetto ha avuto inizio nel 1984 e subito si è caratterizzato per il suo impegno in un’ottica di riqualificazione artistica a territoriale. Se davvero l’arte ha il potere di trasformare il volto di una città, Philadelphia ne è il suo emblema.

Se siete degli amanti della street art di certo apprezzerete i tour che vengono organizzati per ammirare queste vere e proprie opere d’arte a cielo aperto. Tutte le informazioni sono sul sito: www. muralarts.org

Infine una chicca: sul sito web di Mural Explorer si può navigare tra le varie opere, scoprire la loro storia e il significato grazie a un meraviglioso mix di narrazione e video. Google Maps vi permette poi di geolocalizzare le opere all’interno della città. Questo è un vero viaggio virtuale che potete fare da ogni parte del mondo!

Capitolo 3

My Philly experience

Racchiudere in poche parole tre mesi di vita in una città non è cosa facile e questo elenco non ha la pretesa di essere esaustivo della mia Philly experience, però è un modo per tentare di restituirvi in qualche modo le mie sensazioni, approfittando di poter tracciare attraverso la scrittura la mappa dei miei ricordi.

Philly è…

Gli scoiattoli che ti attraversano la strada e si arrampicano sugli alberi, la vista dal Benjamin Franklin bridge, il Food Truck, le confraternite lungo la strada di casa, la proposta di matrimonio al supermercato, interi corridoi per le salse e per le patatine, il pretzel, il brunch da ant’s pants, il caffè americano con french vanilla del 7eleven, quello dello Starbucks con il nome Rebecca sul bicchiere (a quanto pare in America Roberta è impronunciabile!), la partita dei Lakers allo stadio Wells Fargo, le mille cucine del Reading Terminal market, il Fresh Grocery, il passaporto, City Hall, le strade di notte, la Factory cheescake, le piccole librerie dell’usato, la Free Library, love park, la casa di E. Allan Poe, l’Eastern State Penitentiary in cui fu carcerato Al Capone, la cioccolata calda con whisky a Penn’s Landing, i discorsi sulla politica americana con Marianne e Matthew, il campus della Penn University in autunno, i locali di South Street e di Spruce S., i rooftop, le attese del 12, i video che non ricordi di avere, l’Iperdesign, la dichiarazione d’indipendenza sancita dal rintocco della Liberty Bell, le camminate solitarie, la scoperta del Jack Honey, il magic garden, le zucche di Halloween, trick or treat, la lotteria per la green card, la polizia della Drexel University in bici, la Betsy Ross House: in cui si narra che la sarta Betsy Ross abbia cucito la prima bandiera degli Stati Uniti, la Barilla arricchita di vitamine, gli hamburger, gli skaters, le feste, i venerdì all’International House, gli incontri con i personaggi bizzarri e quelli che “Ah, sei italiana, io amo l’Italia”, Kobe Bryant, la notte di Halloween, lo snack americano in tutte le sue varianti, Uber, la tinta sbagliata, i pranzi con la pizza e il wrap, gli stereotipi culturali, l’American dream, Ruggero dei timidi vs Justin Timberlake, 21 Century, i neologismi di Ale, scoprire durante un pranzo che il proprio vicino di casa è un famoso scultore, lo slang, gli infiniti project work del master, Live-Love Italy, Pine Street, il trasloco, gli scioperi personali e l’esproprio proletario (questa la capiranno in pochi), l’accoglienza di PiPhilly, i grattacieli, le albe e i tramonti, la 34 station, il consumismo, il capitalismo, un ponte che connette e separa, il china bus che mi ha scarrozzato verso altre mete, il Networking e last but not least le risate e i momenti condivisi con tutti gli amici incontrati lungo la strada, perché forse senza di loro questo viaggio nel paese delle contraddizioni per eccellenza non sarebbe mai stato lo stesso!

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