Su cracuri non si mangia. Sta lì, radicato sulla collina dov’è nato e se provi a estirparlo, ti taglia le mani. Su cracuri è un piccolo cespuglio, forte forte, che dà riparo alle lumache in letargo. Quelle bianche con la spirale testa di moro sul guscio, che i serrentesi definiscono “di San Giovanni”.

Serrenti è adagiato ai piedi di colline morbide coperte di cracuri, nel crocevia di tutti i venti che soffiano sul Campidano. È la serra dei venti e da questo prende il nome.

Serrenti è il paese da cui provengo, lasciato a diciotto anni e ritrovato a trentasei, in un caldo fine settimana d’inizio autunno. Mi era venuta voglia di ritrovare le mie origini. Quale migliore occasione della festa di Santa Vitalia? Così, sono partita da Roma, con un volo Meridiana per Cagliari.

santa vitaliaOgni primo lunedì di ottobre, dal XIV secolo, il paese si anima di devoti a Santa Vitalia o Vida, da ogni parte della Sardegna. Arrivano i pellegrini, a rinnovare la loro fede con preghiere a tutte le ore del giorno e processioni tra le due chiese principali del paese. Devoti sono anche i bambini, che, come ho fatto io per 8 anni di scuole dell’obbligo, attendono impazienti l’arrivo della festa, con le bandierine, i fiori appesi lungo le vie del centro, i giochi, le luci, le musiche ad alto volume, fieri di non dover andare a scuola, quel giorno, a differenza degli altri bambini del mondo. E non mancano di devozione anche numerosi commercianti del centro e sud Sardegna che, per tradizione familiare, ogni anno portano i prodotti del loro lavoro e li espongono, dal sorgere del sole, fino a quando le rumorose lampade, collegate ai generatori a benzina, li rischiarano agli occhi di migliaia di passanti.

Salutati amici e parenti, finalmente libero l’eccitazione esplorativa per le vie del centro, in cerca di immagini, suoni e odori che ben conoscevo e di cui, un bel giorno mi sono accorta di sentire la mancanza.

Mi avvio dalla casa dell’amica che mi ospita, passando davanti alla mia vecchia casa, in via Mazzini. Stesso colore giallo, stessi gradini che dal piccolo cancelletto sulla strada, conducono al portoncino d’ingresso. Mi fermo a guardarla amorevolmente. Vorrei entrare ma non posso, non è più mia. Spero che qualcuno esca da lì e mi inviti a entrare. Attendo invano. Blocco il respiro ormai sincopato, mentre mi rivedo lasciare in fretta i giochi nella cameretta per raggiungere di corsa mamma e papà a tavola. È un’immagine fulminea, non solo perché breve.

santa vitalia 2Proseguo, ripromettendomi di ripassare. Trenta metri più in là, mi trovo su via Santa Vitalia. L’esplorazione inizia. Le prime bancarelle che trovo sembrano uscite dagli anni Novanta. Cesti sardi, ravanelli, candele e rosari, torrone. I vasi di piante e fiori sono sempre all’angolo, davanti al portone di… ora mi sfugge il nome. Noto con piacere una serie di novità: i venditori di casu mrazu, il formaggio con i vermi, le bancarelle con la salsiccia e un tavolino colmo di zafferano profumato, pronto all’uso e in bulbi da interrare.

Una serie di maschere in legno e sughero, appese su un tavolo, attira la mia attenzione. Mi avvicino. Inizio a conversare con l’artigiano, il signor Frau. Giorgio Frau ha un dono. L’ha ricevuto da Dio, dice, e ogni anno viene a esporlo a Serrenti.

Perché tenermelo per me?

Orgoglioso, mi parla dal basso del suo scanno, con le mani indaffarate a intagliare piccole maschere di mamuthones e boes da pezzetti di canna. L’ascia, lunga pochi centimetri,

È pronta a tagliare il raccolto

scherza, muovendola svelto e preciso per dar vita a un volto animale con due lunghe corna parallele. Giorgio sembra un ottimo artigiano e anche generoso. Il ricavato di Santa Vida lo aiuta a sfamare la grande famiglia di cui è padre e nonno. Rosina, sua moglie, da oltre 15 anni lo accompagna per le feste sarde, fa sfilare sotto ai miei occhi gli articoli esposti, per ordine di prezzo e grandezza, soffermandosi sui più piccoli, nella speranza che compri almeno uno di quelli. Giorgio ha già ripreso il lavoro, sta mostrando l’abilità delle sue mani a una giovane coppia che forse acquisterà un piccolo boe dalle corna lunghe, da appendere in qualche stanza di casa.

Una folla chiassosa scorre lenta su via Santa Vitalia. Mi chiama. La seguo.

Alla processione di Santa Vida si sente il profumo della menta selvatica. L’avevo scordato e questo mi sorprende. È lanciata, al passaggio della santa, dalle donne affacciate sul lenzuolo “buono”, anch’esso sporgente dalle finestre del centro, e calpestata dalla folla che segue la statua in processione. L’odore è forte. S’inspira menta e si prega. S’inspira menta e si chiacchiera. S’inspira e si chiacchiera. Si vede che a Santa Vitalia piaceva la menta, e forse anche i fiori che adornano le strade, in suo onore.

Il sardo è la lingua della santa, lo ascolta dal cielo da 19 secoli, lei che è vergine e martire della Chiesa cristiana. Chissà se capisce le preghiere di oggi. Lo spero, tra quelle c’è anche la mia.

Santa Vida dev’essere vanitosa, penso. Mi hanno detto che quest’anno la parrocchia le ha fatto indossare un vestito rosso nuovo, per questo protetto dai polpastrelli dei devoti, attraverso pannelli di plexiglass fissati al perimetro della portantina. I lunghi capelli neri sono veri, ho sentito dire, glieli ha donati zietta Antonia, quando nel 66, ormai maggiorenne, decise di tagliarli per liberare un caschetto sbarazzino.

Vitalia oggi sembra proprio contenta. Anche dal continente sono venuti a renderle omaggio. Va, piano, davanti alla folla. Proprio come una grande lumaca “de Santu ‘Anni”, si addentra tra le foglie sicure del saracchio, seguita da quelle più piccole e le più piccole ancora, per trovare il posto in cui riposerà, fino a una nuova processione.

La santa entra nella piccola chiesetta romanica, insieme alla folla ormai disordinata. Ritorno a casa della mia amica, con in mano un piccolo boe e nel cuore la carica che dà aver ritrovato le proprie origini.

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