Se dovessi spiegare perché ho deciso di andare in Sicilia, una regione di cui avevo solo sentito parlare tanto e vagamente, direi che a convincermi sono state la vicinanza geografica, l’idea dell’isola come di una realtà aperta ma allo stesso tempo completa in sé stessa e il fascino suscitato dal crocevia di popoli e culture che, si dice, l’abbiano plasmata nei secoli. Ebbene, ora posso dire che sì, la Sicilia è questo e molto di più: è un luogo con un linguaggio tutto suo, con una cultura forte, fortissima, dove si respira la vita che i suoi abitanti conducono, dove il turista può andare oltre le attrazioni a lui dedicate, ed entrare in contatto con lo strato più profondo di questa terra del profondo Sud.

Il viaggio è stato on the road, all’inizio di settembre. Dieci giorni, in cui pretenziosamente io e il mio ragazzo volevamo girarla tutta, ma non è stato possibile. Nove volte bisogna andare in Sicilia, ci ha detto un anziano siciliano, una per ogni provincia. Penso che neppure queste nove volte siano sufficienti per capirla veramente. Ciò nonostante, siamo riusciti a venire a contatto con alcune perle di questa terra magica che ci hanno permesso, timidamente, di avvicinarci un po’.

I Nebrodi

Vista dell'Etna dal Lago di Bivieredi Cesarò

Vista dell’Etna dal Lago di Biviere di Cesarò

Volevamo addentrarci nel cuore verde della Sicilia, ammirare scenari differenti da quelli più consoni e immediati che questa regione del Sud richiama. E in effetti, camminare nel Parco Regionale dei Nebrodi, nella parte orientale dell’isola, non è quanto di più ovvio ci si aspetti se ci si trova in Sicilia. Su queste alte e rigogliose montagne, dove l’afa lascia il posto all’aria fresca e pura, un sentiero dal valico Porta Femmina Morta (sulla strada statale che collega Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina e Cesarò, nell’entroterra siciliano) ci ha portato, dopo 7 km di agevole camminata, al cospetto del Lago di Biviere di Cesarò, un grosso bacino naturale sulle cui rive pascolano mandrie di bovini e sulle cui acque verdognole si staglia, fumante, il cono dell’Etna. Abbiamo attraversato il bosco, lentamente; agli inizi di settembre, c’eravamo solo noi due, greggi di timide pecore e capre e suini neri dei Nebrodi che grufolavano nel sottobosco. La faggeta intorno è un luogo magico, incantato: la luce del sole filtra tra gli alberi, ai cui piedi spuntano migliaia di ciclamini, tingendosi di verde e arancione. Una volta giunti sulle sponde del Lago (che purtroppo sono recintate, in quanto proprietà privata adibita a pascolo), sul versante opposto la vista può spaziare sul Mar Tirreno e sulle Eolie, e sui crateri fumanti di Vulcano e dello Stromboli.

Palermo e provincia

Con base a Cefalù e poi a Isola delle Femmine, abbiamo potuto avere un primo, morbido assaggio di questi luoghi. Cefalù è turistica, ma non per questo non conserva un fascino sincero. Gradevolissimo borgo, il Duomo è di indubbia imponenza, specie se lo si immagina nella sua storia, edificato dai Normanni come chiesa e come fortezza, punto nevralgico per il potere di questo antico popolo colonizzatore, sincretico con il suo Cristo Pantocratore bizantino all’interno. Abbiamo deciso di scalare la Rocca, la “cefala” che troneggia su Cefalù, una brulla salita cosparsa di capperi abbarbicati sulle rupi e fichi d’India. Un’escursione faticosa, se fatta sotto il sole cocente. Ne vale la pena, ma non la reputo, con il senno del poi, uno dei momenti più essenziali del viaggio.

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Veduta dal Castello di Caccamo

Da Cefalù ci siamo mossi verso Caccamo, attratti dall’imponente castello medievale che sovrasta la cittadina. Una vera e propria fiaba medievale, con i vari ambienti conservati e illustrati dai cartelli informativi, dalla corte dei sovrani alle prigioni, sino alla terrazza che affaccia sulle montagne siciliane color ocra e sullo scintillio del Lago Rosamarina. Ai piedi del castello, la Bottega nella Roccia: una dimora contadina dei primi del Novecento che Giovanni, abitante ed esperto di Caccamo, ha trasformato in una bottega enogastronomica e in un tesoro di preziose informazioni che elargisce senza riserve al turista di passaggio.

chiesa san giovanni palermoSiamo stati solo una giornata a Palermo, ma siamo entrambi convinti che ne sarebbero servite molte di più. Non basta il monumento simbolo per soddisfare la conoscenza di questa città, più che per altre città. La complessità, le mille sfaccettature, le sovrapposizioni di culture e di saperi non le abbiamo comprese appieno, ma le abbiamo percepite, forti: le atmosfere arabe, tangibili nelle cupole rosse e nel chiostro di San Giovanni del Eremiti, convivono con l’imponenza normanna della Cattedrale e della Cappella Palatina, con la “romana” Fontana della Vergogna, con la zona razionalista vicino al Teatro Massimo. E accanto a tutto ciò vivono le persone: non è un centro storico “fittizio”, stantio, immutabile per il turista, ma è vivo, accostato ad edifici nuovi, all’apparenza di discutibile raffinatezza architettonica, ma proprio per questo sincero, credibile. Purtroppo, non siamo riusciti ad andare ai mercati rionali. In compenso, qui abbiamo cominciato a mangiare siciliano. Anche quello che sembra il più triste fast food, qui, riesce a preparare pietanze autentiche, un cibo da strada che il turista mangia accanto al palermitano. Pane e panelle, arancine, cannoli, pane cunzato, granite. In Sicilia non si può non mangiare. Mangiare questo cibo, così vario, così ricco, credo sia, più che in altri posti, uno dei punti chiave del viaggio.

Il trapanese

La provincia del trapanese vanta luoghi incredibili, e nel tragitto l’edilizia selvaggia che contorna Palermo si affievolisce, lasciando spazio a una campagna più selvatica, più intatta. Dalla Riserva dello Zingaro, con la terra rossa, le palme nane, i profumi del Mediterraneo e il mare blu profondo, alla suggestiva Erice, arroccata su una montagna, sospesa tra le nuvole, grazioso borgo medievale costellato di chiese romaniche, botteghe, giardini, e ancora a Segesta, con il suo tempio dorico imponente che dall’autostrada saluta il turista che viene a fargli visita.

Le Saline di Trapani e Paceco

Le Saline di Trapani e Paceco

Punto di nota, le Saline di Trapani e Paceco: entrare nelle saline vere e proprie, dove si produce il sale, è consentito solo con l’accompagnamento di una guida del Wwf, ma brevi tratti lungo gli stagni possono essere percorsi in libertà. In questa oasi di pace e di colori cangianti abbiamo incontrato aironi, pettegole e fenicotteri aggraziati che, a debita distanza, non fuggivano dalla nostra presenza. Al tramonto, le montagnole di sale si tingono di rosa e di arancio, mentre il sole cala dietro le Egadi.

La curiosità, poi, ci ha spinto ad avventurarci nel cuore dell’entroterra siciliano, alla ricerca del Cretto di Burri, nella silenziosa, immobile Valle del Belice, distrutta dal terremoto del 1969. Gibellina Vecchia non è altro che un’immota colata di cemento, che ricalca quello che prima era l’assetto viario di un paese. I campi, coltivati a meloni d’inverno, sono brulli, spogli. Non c’è anima viva, se non qualche movimento negli sporadici casolari. Le poiane volteggiano in cielo; le strade sono molto strette, malmesse, e perdersi è molto facile, ma la sensazione che questo posto trasmette è davvero forte, inspiegabile.

Ci manca la Sicilia barocca, l’agrigentino, le isole, e chissà quanto altro ancora. Consapevoli dell’incredibile caleidoscopio di cultura, tradizione, usanze e linguaggi che popolano questa isola del Sud, possiamo solo immaginare quanto altro ci sia da scoprire.

Una bella canzone in lingua originale per prepararvi alla vostra vacanza on the road in Sicilia

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