“L’uomo è andato sulla Luna ma mai d’inverno sul Nanga Parbat”.

Questo il senso profondo del progetto di Daniele Nardi. Mentre l’uomo continua ad esplorare con naturalezza i punti più sconosciuti dell’universo e la sonda Rosetta arriva a scattare foto sulla cometa 67P/Churyumov Gerasimenko c’è un luogo sulla terra che non è mai stato raggiunto d’inverno da nessun uomo. Stiamo parlando della vetta del Nanga Parbat in Pakistan, a 8126 metri. Daniele Nardi ha voluto tentare l’impresa, scalarla in stile alpino su una via nuova (versante Diamir, attraverso lo sperone Mummery), ma quando la vetta sembrava a portata di mano ha dovuto prendere una difficile decisione.

Negli anni passati è stata tentata la scalata invernale per ben 28 volte ma mai nessuno al mondo è riuscito a scalare il colosso Himalayano a dimostrazione della sua difficoltà. A differenza di altre spedizioni in stile classico, cioè con posizionamento di campi e corde fisse per la scalata, l’obiettivo di Nardi è stato quello di scalare gli 8126 metri portando con se, dal basso, tutto il materiale necessario per la scalata, senza posizionare corde fisse, senza ossigeno e senza alcun aiuto esterno. In questo modo, lo scalatore pontino, in provincia di Latina, ha dovuto contare solamente sulla forza delle sue mani e della sua mente.

La storia del Nagna Parbat e dello sperone Mummery, parte da molto lontano quando, nel 1895, proprio sul Nanga Parbat fu organizzata la prima spedizione Himalayana diretta su una vetta di 8000 metri da Albert Frederick Mummery attraverso una via diretta che superava uno sperone di roccia a 6000 m di altezza che prenderà il suo nome.

Il record

Ad un soffio dal mito ma già dentro la storia dell’alpinismo mondiale. Alex Txikon, Daniele Nardi e Ali Sadpara hanno toccato i 7830 metri sul Nanga Parbat.

“Anni fa scelsi di fare l’alpinista, feci una scelta verso la vita. Per me scalare le montagne vuol dire conoscermi e conoscere la vita. La responsabilità nei confronti di Ali ha superato di gran lunga qualsiasi cieco desiderio di vetta. E’ per questo che siamo scesi. Fossimo stati anche a un solo passo dalla vetta la vita è sempre più importante di qualsiasi altra cosa”.

E’ con queste parole che Daniele Nardi esordisce scendendo dall’aereo all’aeroporto di Fiumicino. Ha spiegato così il suo dolore per non aver raggiunto una vetta, agognata da 30 spedizioni nella storia alpinistica e da lui stesso per ben 3 volte di fila. Tre intensi anni di vita dedicati ad un solo unico progetto.

”Il gruppo costituitosi per caso, ha lavorato insieme e unito in maniera incredibile e coraggiosa. Nessuno di noi ha avuto il dubbio sul fatto che in vetta ‘o tutti o nessuno’. Un concetto che è sempre più difficile trovare ma, alla nostra squadra, è venuto spontaneo. Il senso di responsabilità ha prevalso su ogni altra cosa. Non era pensabile lasciare Ali da solo nella discesa con le difficoltà che aveva in quel momento”. E conclude: “Io sono strafelice del risultato ottenuto. Il dolore per aver mancato la vetta passerà presto per lasciar spazio ad altri progetti. Mi piace pensare a quello che abbiamo fatto e non a quello che è mancato. Alì è in fase di recupero: il principio di edema è risolto e il congelamento riportato fino alla seconda falange dell’alluce non è grave; ad Alex si è riacceso un vecchio congelamento ma niente di serio; io ho perso molto peso che conto di recuperare velocemente. Questo per me è un grandissimo successo, un’esperienza densa e piena di avvenimenti. Abbiamo lottato nel tentativo di arrivare alla vetta: 10 ore per giungere al campo 1 tracciando nella neve alta; seconda giornata dedicata a batter la traccia verso campo 2 (il rischio di valanghe era molto alto a causa delle copiose nevicate); terza giornata altre 10 ore per arrivare a C2; quarto giorno arriviamo a C3 sempre accompagnati dal forte vento che durante le notti non ci ha lasciati dormire. Finalmente il quinto giorno arriva il bel tempo che ci permette di arrivare a campo 4. Il sesto giorno dopo aver scalato per circa 5 ore al buio, il dubbio di non esser sulla strada giusta è scoraggiante (in realtà, verificando le foto del percorso fatto, non eravamo così fuori strada) e il principio di edema che ha colpito Ali ha fatto sfumare il nostro sogno di raggiungere la vetta. Abbiamo cercato di dare il massimo e questa è la soddisfazione più bella”.

Nanga Parbat

Conferenza stampa, da sinistra: FILIPPO THIERY (Meteorologo RAI3 GEO), AHMAD FAROOQ (Console presso l’Ambasciata del Pakistan in Italia); PAOLO BONINI (Moderatore), ROBERTO DELLE MONACHE (Alpinista), DANIELE NARDI (Alpinista)

Una nota sul tentativo allo sperone Mummery:

“Pur rimanendo da solo dopo la scelta di Elisabeth Revol di proseguire con Tomek Mackiewitz e successivamente le condizioni fisiche di Roberto Delle Monache che lo costringono al campo base, ho deciso di continuare con la scalata dello sperone Mummery in solitaria. Sono salito più volte sullo sperone fissando i campi fino al campo 3 di 5600 metri. Da qui ho affrontato la parte tecnicamente più impegnativa raggiungendo una quota di 6200 metri. L’uscita dello sperone sul plateu sommitale è ad una quota di 6650. L’esperienza solitaria più bella della mia vita”.

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