EBOOK CONSIGLIATI
Bergamotto Una miniera d’oro verde
Carmelo Spanti, Asterisk edizioni, 2013

Lo Statale Jonico. Un anno e mezzo di satira in Calabria
Isidoro Malvarosa e Antonio Soriero, Asterisk edizioni, 2014

Chi ha letto il mio #RicordoalMare sa che, quando ero bambina e forse anche un po’ più in là, al mare ci andavo con la “sacra famiglia”. Incastrati nella Fiat Uno di papà, percorrevamo tutti i pomeriggi di agosto la “S.g.c. Ionio – Tirreno”, meglio nota tra noi locali come “superstrada”, per raggiungere da Polistena la nostra postazione in spiaggia.

Nonostante il viaggio fosse già realmente breve, io e le mie sorelle avevamo individuato dei momenti topici che, distribuiti lungo il percorso, contribuivano a rendere la traversata più veloce e scorrevole. Tra questi, due erano di particolare importanza per ragioni diverse.

Il primo era la cosiddetta “galleria lunga”: 3.200 metri di lunghezza che le valgono il settantaquattresimo posto nella classifica delle gallerie più lunghe d’Italia. Neppure un novero, invece probabilmente, tra quelle più moderne e sicure considerato il percorso stretto e poco illuminato e soprattutto la nube di fumi che rendono l’aria rarefatta e irrespirabile. In prossimità di questa galleria, non a caso, l’imperativo era “Chiudere i finestrini”!

La galleria “Limina” – questo il suo nome ufficiale – segnava il passaggio dalla piana alla costa ionica, spesso anche con le maniere forti, come nei giorni in cui la imboccavamo sotto la pioggia per poi essere risputati sotto il sole cocente o quelli in cui entrando ci lasciavamo alle spalle solo qualche nuvola che esplodeva al di là del tunnel.

La seconda attrattiva che dava ritmo al viaggio era quello che noi sorelle chiamavamo “Arlecchino”, che ci trovava sempre pronte a recitare la storiella del poverino senza vestitino a cui ogni bimbo aveva portato un pezzetto di stoffa colorata con cui la mamma ci aveva cucito un vestito a sua volta super colorato come un campo di fiori.

Il nostro Arlecchino non era, però, una persona, ma un’enorme monumento, neanche a dirlo colorato, che troneggiava e troneggia tutt’oggi dall’alto della rupe Santa Barbara. I suoi colori in realtà erano un po’ sbiaditi, mentre noi lo osservavamo dalla strada, immaginandoci che fosse immerso in un mondo magico e chissà perché irraggiungibile. Almeno su quest’ultima caratteristica ci sbagliavamo.

Il simpatico Arlecchino è al secolo “Concetto Universale”, l’opera più imponente ed emblema di quel mondo magico che ha per nome “Musaba”. Oltre un quarto di secolo c’è voluto per scoprirlo, ma una volta appurato, non ho potuto resistere al desiderio di tuffarmi personalmente nella magia di quel mondo a colori che mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. Vi racconto, quindi, qualche storia.

Il Parco Museo Laboratorio Musaba è situato nel cuore della locride, dove riempie la Vallata del Torbido e dà un prezioso valore aggiunto alla piccola cittadina di Mammola. Sviluppatosi intorno ai resti di un antico complesso monastico del X secolo, al centro di un “nodo orografico” di eccezionale interesse culturale e ambientale con una serie di preesistenze archeologiche particolarmente significative, è divenuto la sede della Santa Barbara Art Foundation e un vero e proprio museo all’aperto. Il parco si ispira ad un principio di presidio attivo, un spazio scientifico con un programma di forte interattività e un laboratorio produttivo.

La fondazione e con essa la realtà del Musaba sono nate per volere di Nik Spatari e Hiske Maas, coppia affiatata e indivisibile nella vita così come nel lavoro. Pittore, scultore, architetto e artigiano lui, organizzatrice instancabile e anticonformista lei, decidono di lavorare a un progetto che contempli la produzione dell’arte come forma di creatività scritta sulla terra, nell’ambito di un contesto dominato dall’incultura e dall’arretratezza ostili alle innovazioni. La Calabria degli anni ’70.

Il progetto di Spatari/Maas prende il nome di AMA ovvero Ambiente Mediterraneo Arte e ha l’obiettivo di riqualificare lo spazio attraverso forme d’arte tanto semplici quanto capaci di diffondere emozioni ed educare lo spettatore a un’estetica della mente. Un museo che coinvolge il territorio, ma anche un laboratorio che, spesso attraverso l’uso di materiali di scarto ma comunque di qualità, attrae artisti da tutto il mondo per la realizzazione di opere site-specific. In ultimo, a rendere il parco Musaba particolarmente interattivo sono i laboratori per bambini e ragazzi, che spesso si svolgono alla presenza dell’artista ormai settantenne, ma pieno di vitalità.

La visita al Musaba è una vera e propria esplosione di colore, che mai infastidisce, ma al contrario trattiene anima e corpo, mettendo il buonumore. Fin dalle indicazioni stradali si è accompagnati in questo percorso artistico e antropologico con vivacità. Il viale che conduce al vero museo è esso stesso una galleria espositiva con murales – in qualche caso poco adatti ai minori – e sculture giganti su cui i più coraggiosi possono tentare di arrampicarsi. Un esempio è il lucertolone gigante dai grandi occhi rotondi interamente fatto di cocci di diversi colori che insieme hanno dato vita a un bestione incapace di far paura.

Salendo, lungo il percorso, ci si imbatte poi nell’imponente “Concetto Universale”, formato da due file di raggi tra le quali è possibile camminare per godere delle perfette geometrie interne, ma soprattutto per affacciarsi e lasciarsi fotografare tra i colori oggi vividi. Altrettanto imponente – la ripetizione è d’obbligo – l’ombra della sera, una statua alta 15 metri e posta al centro del chiostro della foresteria, che, nell’intenzione dell’autore, è un omaggio all’arte etrusca. L’opera bronzea rappresenta un uomo, o meglio la sua ombra serale e allampanata, ed è ispirata ad un bronzetto etrusco del 200 a. C. Di nuovo per la serie animali, c’è anche la farfalla le cui ali sono interamente formate da fondi o colli di bottiglie prevalentemente verdi.

Nelle casupole, invece, all’interno, spazio ai dipinti e soprattutto ai mosaici di ispirazione biblica o anche laici. Tra questi, di particolare importanza è la rappresentazione del sogno di Giacobbe, che occupa l’ex Chiesa di Santa Barbara, estendendosi lungo tutta l’abside e la volta. Non manca una versione totalmente pop dell’ultima cena, tanto colorata da sembrare un allegro banchetto più che il compimento di un’amara profezia.

E c’è da bere per gli assetati e da mangiare per gli affamati, sempre coerentemente con la scelta artistica che si lega strettamente alle tradizioni e alla natura del luogo. L’acqua, infatti, spunta dalla bocca di una formosa donna gigante dai capelli metallici e ricci in stile africano, mentre a saziare lo stomaco ci pensano i numerosi alberi di fichi, rigoglioso come solo sulla costa ionica avviene.

Insomma, dopo avermi affascinata per anni da lontano, il museo Musaba è riuscito a conquistarmi da vicino, regalandomi una visione nuova della mia terra bella e dannata a colori.

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