Negli ultimi decenni Halloween, la più anglosassone delle feste sembra aver conquistato completamente gli italiani. Impressionante il numero di zucche, streghe e vampiri che si affacciano dalle vetrine dei negozi. Per non parlare delle conversazioni intercettate tra nonne, mamme e bambini in preparazione a questa giornata in cui ai bambini è concesso mascherarsi e mangiare più schifezze del solito.

Ho la fortuna di essere nata in un’isola con delle tradizioni forti tra cui non manca quella che, per semplicità sono costretta a chiamare “la versione locale di Halloween”.  Sarebbe più corretto per cronologia temporale chiamare Halloween “Su Mortu Mortu” inglese ma tant’è.

In molti paesi del Centro Sardegna e nello stesso capoluogo di provincia Nuoro il 1 novembre i bambini girano di casa in casa chiedendo frutta secca e dolci tipici per le anime dei defunti. In tutte le culture il culto dei defunti è celebrato in qualche modo e così in Sardegna mentre i bambini scorrazzano per le vie dei paesi, gli adulti preparano pasti luculliani per i defunti che quando a casa tutti saranno usciti potranno rifocillarsi. Inutile dirvi che a sera i vivi banchetteranno allegramente con gli “avanzi”. La morte, passaggio importante quanto la vita, diventa un sentimento comunitario, da condividere con i familiari e i vicini. Per esorcizzare il buio della morte le zucche di Halloween recano delle lanterne, le donne sarde preparano invece i papassinos deliziosi dolci di noci, mandorle e uva passa coperti di glassa e praline colorate.

Dal sud al nord, la penisola regala un’ incredibile varietà di Halloween locali. A Orsara di Puglia in provincia di Foggia tra il 1 e il 2 novembre si celebra la notte dei “Focacost“. Focolari vengono accesi all’uscio delle case per illuminare la strada ai defunti che in iella notte tornano a far visita ai vivi. Successivamente la brace dei falò viene usata per arrostire carne per grandi mangiate di popolo.

In Calabria a Serra San Bruno, in Aspromonte i bambini aspettano il loro Halloween detto “Coccualu di morti“. In questa occasione i più’ piccoli intagliano dei teschi nelle zucche e girano il paese chiedendo un’offerta per le proprie opere d’arte.

Anche in Friuli è attestata l’usanza di intagliare zucche e chiedere offerte. Tornando alla Sardegna, a Bitti in provincia di Nuoro l’equivalente de su “mortu mortu” si chiama “s’arina capute” e si volge dalle prime ore del giorno fino al sorgere del sole della mattina del 31 Dicembre. Tradizionalmente ai bambini che giravano nelle vie buie del paese con la federa di un cuscino veniva data la farina. Un simbolo di prosperità per il futuro nell’ultimo giorno dell’anno.

L’uso della farina si ritrova anche  in Umbria, dove i bambini la usavano per mascherarsi da morti e andare a fare la questua.

La commemorazione dei defunti tra sacro e pagano ha origini antichissime. Nei secoli, l’Italia e soprattutto le città hanno dimenticato queste usanze. C’e voluta la televisione e l’immagine stereotipata dell’autunno americano per far diventare una festa la due giorni dedicata ai santi e ai morti.

Scommettiamo che queste antiche usanze sono persino più divertenti di Halloween?

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