Vivere un museo oltre il suo spazio fisico è possibile. I social network permettono di superare l’idea di semplice luogo in cui conservare opere di grande valore e creare uno spazio di partecipazione e condivisione, approfondimento e didattica interattiva. Su Facebook i musei possono presentarsi, segnalare novità ed eventi. Con Twitter lo staff può interagire in modo informale e in tempo reale con i visitatori. Con Istangram, Pinterest e Youtube si possono ammirare le mostre e le singole opere e scambiare sensazioni con gli altri fruitori.

Ma quanto sono social i musei italiani? Le ultime ricerche non danno risposte positive sopratutto se li paragoniamo a quelli stranieri. Ma noi di Gente in Viaggio lo abbiamo chiesto a chi si occupa di dare una scossa ai nostri musei: #svegliamuseo è un progetto sperimentale nato per aiutare i musei italiani a ottenere una migliore comunicazione online. L’obiettivo è accendere i riflettori sul problema e portarli a capire l’importanza di comunicare e twittare con il pubblico. Hanno risposto alle nostre curiosità Francesca De Gottardo, tra le fondatrici del progetto, e Alessandro D’Amore, web editor.

Come e quando è nata la vostra iniziativa? 

Francesca: #svegliamuseo è nato alcuni mesi fa, quando lavoravo ad una ricerca sui musei online per la candidatura di Venezia come Capitale Europea della Cultura. Mi sono accorta che molti dei musei che cercavo non erano presenti nei social network e alcuni di questi erano online con siti imbarazzanti quanto a grafica e a completezza delle informazioni. Da lì è nata la volontà di fare qualcosa che attirasse l’attenzione su queste carenze e, nello stesso tempo, non si limitasse a criticarle ma cercasse di porvi rimedio in qualche modo. Ho voluto, insomma, dare il mio contributo, per quanto piccolo, per provare a cambiare le cose. Con l’aiuto di Aurora e Federica, prima, e di Alessandro, poi, stiamo riuscendo a creare un bel po’ di movimento su questo tema e stiamo portando avanti la nostra missione di intervistare 10 musei stranieri perché aiutino a “svegliare” 10 musei italiani. Cerchiamo di fornire loro informazioni valide e consulenze che arrivano direttamente dai massimi esperti mondiali di questi strumenti in campo culturale, in modo che anche i musei italiani possano capirne le potenzialità e trovare esempi applicabili a costi contenuti.

Perché per un museo è importante superare i confini fisici e partecipare alle attività sul web?

Francesca: Perché chiunque di noi, prima di compiere una qualsiasi azione, dal cinema, al viaggio, alla mostra d’arte, apre internet e cerca informazioni online, valutando anche l’opinione degli altri utenti che si trovano sui social network. Un museo che non è presente online oggi perde un’importante occasione di farsi conoscere e anche di conoscere il proprio pubblico. Il web ci permette di parlare di noi con altri toni e con strumenti più creativi e più diretti rispetto alla pubblicazione di un articolo in una rivista di settore o alla stessa guida cartacea di un museo. I social network sono nati per creare conversazioni tra gli utenti, il che sottintende, quindi, un dialogo, qualcuno che parla e qualcuno che ascolta, e viceversa, in uno scambio reciproco di informazioni, opinioni e idee che può sfociare in una vera e propria co-creazione dei contenuti. L’uso dei social media, dalla pagina Facebook al blog museale, è una preziosa occasione di conoscere meglio il proprio pubblico che i musei non dovrebbero farsi scappare e che può sempre e comunque tradursi in un momento di crescita e miglioramento della propria offerta.

Siete stati recentemente a Firenze per Museums and the Web 2014, come è andata?

Francesca: Molto bene! Partecipare a una conferenza su scala internazionale è stata una preziosissima occasione per noi, che ci siamo visti costretti a capire chi siamo e dove stiamo andando, per poterlo raccontare al pubblico. Inoltre, abbiamo potuto ascoltare interventi molto interessanti di ogni tipo, dai musei stranieri che sperimentano il Google Glass, ai musei italiani che si mettono alla prova ogni giorno con i programmi di didattica, con le campagne di crowdfunding e con la creazione di app per mobile che non ci aspettavamo sinceramente di vedere. È stata davvero una bella esperienza, ne siamo uscite arricchite e piene di idee per il futuro!

Noti un miglioramento dei musei italiani sulla comunicazione online? Un esempio di museo che si sta dando da fare? Il museo italiano con la migliore strategia social?

Francesca: Il miglioramento, onestamente, credo che sia in corso. Rispetto a qualche mese fa, molti musei italiani si sono dati da fare e ogni settimana accogliamo nel nostro gruppo su Facebook un nuovo museo che ci presenta la propria pagina e altrettanto si può dire degli account Twitter: tra musei e opere d’arte che twittano per conto dei musei, stanno spuntando come funghi! Siamo molto felici di poter dire che percepiamo, se non altro, una grande volontà di fare, soprattutto da parte dei musei più piccoli. Servirà poi far capire loro che c’è bisogno di una strategia e di una visione d’insieme che regoli la comunicazione sui social al pari della comunicazione classica, ma per il momento la spinta innovatrice è tutta da apprezzare. Durante il #followamuseum day l’Italia ha dominato la scena su Twitter a livello mondiale: come non esserne fieri? Un museo che conosciamo da vicino perché parte di #svegliamuseo fin dalle prime settimane è il Museo Civico di Maglie, in Puglia, che partecipa attivamente alla vita della nostra community e sta dimostrando di recepire bene ogni nuovo stimolo che passa attraverso di noi e in genere dal web. Si danno un sacco da fare e li adoriamo per questo, sono un ottimo esempio del fatto che non serve essere gli Uffizi per cominciare a muovere i primi passi nel web (e anzi, il Museo di Maglie lo fa in maniera molto più gagliarda rispetto agli Uffizi, se devo dire la verità!). I musei italiani con la migliore strategia social al giorno d’oggi sono sicuramente Palazzo Madama di Torino e il Mart di Rovereto: entrambi erano presenti a Museums and the Web e merita dare un’occhiata alla loro attività online, non hanno niente da invidiare ai colleghi stranieri.

 

Il Museo Peggy Guggenheim di Venezia, per esempio, è tra i migliori in Italia per la sua presenza sui social media. Ma se paragoniamo i musei italiani al MoMA o al Louvre i follower (o comunque il seguito in rete) sono comunque molti di meno, come mai?

Francesca: Credo che la questione numerica sia effettivamente quella che colpisce di più chiunque cerchi un nostro museo online, come ne sono stata colpita io stessa in prima battuta, ma penso anche che occorra fare un passo oltre il dato numerico per guardare alla qualità dei contenuti pubblicati. Sì, certo, il MoMA conta milioni di fan e di follower, ma è vero anche che stiamo parlando di uno dei musei più famosi al mondo e che gli americani sono comunque più abituati di noi all’uso dei social network. Se guardiamo entro i nostri confini, gli unici musei che potrebbero realisticamente fare dei numeri simili, in quanto famosi livello simile, sono purtroppo gli stessi musei che brillano come grandi assenti dai social network. Sto pensando agli Uffizi, presenti come parte del Polo Museale Fiorentino, ai Musei Vaticani, al Museo Archeologico di Napoli, giusto per fare nomi di macro-realtà del nostro patrimonio culturale che non trovano

Moma

MoMA – Museum of Modern Art di New York

corrispondenza in fatto di comunicazione online. I motivi? Difficile capirli. Posso ipotizzare, sulla base di quanto ho visto finora, delle oggettive difficoltà economiche di fondo, alle quali si uniscono pesanti meccanismi burocratici e una certa chiusura mentale che tende a non dare la giusta importanza a questi strumenti. Per assurdo, sono i musei più piccoli quelli che si danno maggiormente da fare online, ma per forza di cose non raggiungono numeri significativi.

Storytelling e museo, un binomio che può far bene alla cultura, creare coinvolgimento e far scoprire i musei sotto un diverso punto di vista. Ci sono esempi in Italia?

Alessandro: Hai colto una sfaccettatura davvero importante della comunicazione museale. Sì, il museo e il racconto di storie possono e devono camminare a braccetto e alimentarsi a vicenda in un circolo virtuoso che crea coinvolgimento, fidelizzazione e sviluppo.

Fino a poco tempo fa, non era considerato importante per un museo raccontarsi o farsi promotore di storie. Il museo era la storia e parlava tramite le sue collezioni. Solo che ora – nel periodo storico che stiamo vivendo, nella società liquida di Bauman – questo approccio non basta più: il museo deve mettersi in discussione, andare dove sono i loro potenziali pubblici, raccontare loro le proprie storie, parlare con loro e capire cosa vogliono.

Non me ne vogliano tutti gli altri musei e tutte le altre iniziative di questo tipo, ma mi sento di portare come esempi alcuni casi di storytelling differenti e diversi per forme e modalità. Ad esempio, Musei in Comune (il sistema museale di Roma) sul suo blog, ha recentemente deciso di raccontare la storia del loro passaggio al digitale, alla comunicazione online e all’utilizzo dei social network. Il Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “L. Pigorini” e il Museo Nazionale d’Arte Orientale “G. Tucci” (insieme ad altri istituti e partner) hanno lanciato un’iniziativa che si chiama “Al museo con… Patrimoni narrati per musei accoglienti”. Mi sembra che questo pay-off raccolga tutta l’essenza e la volontà del progetto che si sta sviluppando. È da tenere presente anche l’operazione di storytelling che il Museo Archeologico Nazionale delle Marche sta portando avanti nel suo blog e su Twitter: un aggiornamento quanto più possibile costante del cosiddetto “dietro le quinte”, con le iniziative, gli eventi e le cose che accadono tra le teche e nelle sale del museo.

Per evidenziare che non esiste un solo modo per raccontare e raccontarsi – come non esiste un modo sbagliato e uno giusto – porterei di nuovo l’esempio del museo di Maglie che, non solo è stato uno dei musei italiani più attivi in occasione del #followamuseum day, ma ha creato anche uno Storify in cui raccoglie il racconto della propria giornata tramite tweets. Infine, come non ricordare lo storytelling pre-apertura del MUSE di Trento? Hanno raccontato il museo prima ancora che aprisse, svelando poco alla volta le novità che ci sarebbero state all’interno del nuovo museo.

Cosa chiederesti al nuovo ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, in tema di innovazione e sviluppo del patrimonio artistico italiano tenendo presente i cambiamenti in corso nella società moderna?

Alessandro: Questa è una domanda piuttosto difficile considerando quanti e quali problemi affliggono il mondo dei beni culturali ormai da anni e quanti e quali politiche miopi sono state messe in campo ormai da troppo tempo.

Approfitto di questo spazio per manifestare il mio (ma penso anche il nostro) dispiacere per la mancata conferma di Massimo Bray quale Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Nonostante luci ed ombre (vedi il bando dei 500 giovani per la cultura), ci sembrava che stesse immaginando un cammino percorribile per il nostro settore, sicuramente stava segnando una fase di discontinuità rispetto ai suoi predecessori.

Il neo-ministro Franceschini farà ben presto i conti con la realtà dei fatti e spero che anche lui riesca – in qualche modo – a destinare fondi per le varie e importanti voci del settore culturale: conservazione, valorizzazione, ricerca, innovazione. Ecco, appunto, l’innovazione. Se il primo ministro Renzi volesse innovare il mondo dei beni culturali così come vuole innovare il Paese e la politica, sarebbe già un bel risultato.

Continua a seguirci

1 risposta

  1. Il museo è mobile - Gente in viaggio

    […] Che siate comodamente seduti sul divano di casa, in fila alla Posta o sdraiati al sole, grazie a specifiche applicazioni interattive potrete scaricare e consultare gallerie d’arte, musei ed esposizioni. E non solo. I musei entrano così nei nostri smartphone. Anche il settore della cultura ha scelto di seguire la tendenza delle app: semplici da usare, versatili, utili non solo per la comunicazione dei prodotti culturali, ma anche per la didattica, il marketing e l’engagement (di questo avevamo parlato nell’intervista alle creatrici di Sveglia Museo). […]

Scrivi

Eseguendo il login oppure registrandoti accetti le Privacy policy