Il sole è a picco e rende la sabbia di fuoco, ma il dolore è sopportabile. Perché il mare è vicino e perché io sono felice. Anche quest’anno sono al mare, che per me significano quindici giorni a cavallo tra giugno e luglio a Grado, la cosiddetta “Isola del sole” sulla costa adriatica friulana, ma ho otto anni e non faccio di certo caso agli slogan pubblicitari. Sono felice perché so che anche quest’anno trascorrerò le mie vacanze con mia madre e i miei nonni amati e farò quello che mi piace. Le mie giornate voleranno intenta a leggere, disegnare, realizzare costruzioni di sabbia, passeggiare per le vie del centro con mio nonno che mi insegna a riconoscere le targhe automobilistiche delle diverse città, gustarmi i pranzetti preparati da mia nonna, sguazzare in acqua mentre mia madre mi raccomanda di mettermi la crema solare, mangiare gelati alla menta, riconoscere dal nome le barche ancorate nel porticciolo e scegliere quella su cui andare a fare una gita all’isoletta di Barbana, guardare il sole tramontare dal lungomare fino a sentire i brividi della brezza serale sulla pelle arrossata.

Grado è una cittadina sulla costa del Friuli Venezia Giulia. È nota per la sua laguna con i casoni (i capanni da pesca), per le cure termali e per l’acqua ricca di iodio, che si dice faccia bene alla salute dei bambini. In realtà, Grado non è più un’isola dal 1936, quando il ponte girevole sulla laguna l’ha collegata alla terraferma, a cui si è aggiunto, nel 1966, anche il ponte sull’Isonzo. Ma in un certo senso viene ancora considerata una realtà a parte perché mantiene un carattere distintivo rispetto al resto della costa. A me è sempre piaciuta perché è una vera città. Non quindi una tipica località di mare con condomini tutti uguali e asettici, ma un tipico villaggio con un porticciolo e un pittoresco centro storico veneziano. Su porto si vedono ancora i pescatori all’opera con le reti e sulla spiaggia dopo il temporale ci sono spesso granchi e conchiglie.

Da piccola il centro mi sembrava molto più esteso di quello che è realmente. E adoravo provare a perdermi nelle viuzze acciottolate (che, come a Venezia, si chiamano campi, campielli e calli) per scoprire dove mi avrebbero portata quei vicoli stretti imboccati a caso. Ancora oggi amo scoprire scorci che non avevo mai notato prima e balconi abbelliti da gerani e peonie colorate, che sembrano chiedere di essere fotografati. Assolutamente da vedere sono la Basilica di Sant’Eufemia, consacrata nel 579, che, tra le altre cose, conserva uno straordinario mosaico pavimentale e, subito accanto, la Basilica di S. Maria delle Grazie, da sempre la mia preferita, per la sua interessante architettura paleocristiana su due livelli.

A Grado ci sono due spiagge, che da sempre i locali chiamano “spiaggia nuova” e “spiaggia vecchia”. La prima è ampia, lunghissima e perfettamente attrezzata con ordinate file di ombrelloni e con tutti i servizi che si possono immaginare a cui per accedere si paga un biglietto d’ingresso. La seconda è più piccola e spartana e in parte ancora selvaggia e libera. Indovinate quale preferisco io? Fin da piccola, la “spiaggia vecchia”, il cui nome ufficiale è “Costa Azzurra”, è stata la mia spiaggia e lo è ancora oggi. Questo è uno dei pochissimi luoghi in cui si può ancora affittare un semplice lettino e posizionarlo sulla riva del mare. E questo è un po’ il mio rifugio. Starmene qui, con la compagnia soltanto di un libro (e del mio blog), rappresenta ancora oggi per me il modo migliore quando sento il bisogno di staccare la spina da tutto.

Ma è nelle giornate di sole invernali che amo ancora di più questa spiaggia, soprattutto quando al tramonto diventa un capolavoro di colori. È proprio allora che, se chiudo gli occhi, al dolce rumore delle onde e alle grida dei gabbiani nella mia testa si sovrappongono le voci allegre di un tempo lontano, il ricordo vivo di quella particolare felicità che si prova soltanto da bambini e la nostalgia delle persone che ho tanto amato e che continuano a vivere anche in questo dolce ricordo di mare, che ancora oggi mi commuove.

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