In Sardegna il nome Tappas in Mamujada è ormai associato all’idea di migliaia di persone che si spostano in pullman o in auto da ogni parte dell’isola per vedere i Mamuthones e degustare le tantissime pietanze proposte all’interno della manifestazione.

In effetti a vederlo così dà un po’ l’idea di turismo di massa, una visita mordi e fuggi, un panino con purpuzza e una sevada, tanto vino, un video dei Mamuthones da caricare su facebook e poi una lunga fila di pullman incolonnati per tornare a casa.

Quello che la gente non sa è quello che c’è dietro una manifestazione del genere.

Molti quando vengono chiedono: “Ma fate solo da mangiare? E le Cortes Apertas? L’artigianato? La cultura?”

Il fatto è che Mamoiada avrà sì e no 10 cortes in tutto, quindi si è deciso di dare al suo Autunno in Barbagia un taglio diverso, legato alla cucina tipica. E siccome un po’ tutti con la cucina se la cavano, ogni anno sempre più persone decidono di mettersi in gioco e aprire una Tappa con la loro specialità.

Dietro ogni tappa quindi c’è una famiglia, un gruppo di amici, dei compagni di scuola, che ce la mettono tutta per mettere in mostra la tradizione culinaria paesana e, perché no, farsi qualche soldo in questo periodo nero.

Nei periodi normali il paese sembrerebbe morto, deserto, ma queste occasioni sono la scintilla per tirare fuori la vena di follia che c’è nella testa di ogni mamoiadino e che prima emergeva solo nel periodo di Carnevale. Una cosa è certa, qui si sa fare festa.

Chi torna l’anno successivo ha i suoi posti preferiti, dove ormai ha fatto amicizia con i gestori, dove sa che il vino è buono e si ride fino alle lacrime.

Alcuni posti sono diventati delle istituzioni, come la tappa di Raffaele, in uno dei punti più alti, quando ci arrivi hai la lingua penzoloni dopo la camminata in salita, ma ad accoglierti trovi prosciutti e salsicce fatti in casa in un cortile bellissimo, e qualcun altro già seduto che ti invita a berti un bicchiere assieme.

Un altro angolo indimenticabile è il balcone di Mariangela, il più fotografato del paese, con girandole e barattoli di latta ridipinti e utilizzati come vasi di fiori. Mariangela realizza e vende cavallini di ferula, spaventapasseri variopinti e gioielli ad uncinetto. Il suo abbigliamento originale ed eccentrico non passa inosservato. “Io sono colorata dentro e fuori, peccato per gli altri che invece dentro sono grigi”, ama dire.

Ogni anno c’è chi si fa un selfie con l’asinello di gomma Pippo, la mascotte della tappa dello spezzatino d’asino, e chi, mentre aspetta il suo turno per mangiare una sevada di Marinella, si mangia le caldarroste davanti al camino con suo marito Piero.

“Fate l’amore con il cavolfiore”, “Non guidare che devi bere”, “Mangiate da noi e pisciate a casinu”, questi e altri cartelli vengono esposti davanti alle case dove è stata allestita una tappa.

Ma se c’è un posto che è diventato un simbolo, una moda, un ritrovo per tutti i giovani e i diversamente giovani, quello è il Pub Agricolo: da ormai 9 anni apre solo nelle occasioni di festa, offre stuzzichini e birra artigianale a fiumi, ma soprattutto musica per far ballare turisti, mamoiadini, fotografi, antropologi, cameriere, professoresse e alunni, stretti stretti in una stanza che ospita i ricordi più assurdi e divertenti di una varia umanità.

Questo è quello che trova chi viene a Sas Tappas in Mamujada. Chi ci è già stato probabilmente ritornerà, chi ancora non lo ha provato potrà farlo quest’anno dal 6 all’8 novembre.

La famosa canzone dei Tazenda dedicata al paese barbaricino

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