Sono tornata ad Alessandria del Carretto, in provincia di Cosenza, per assistere alla rappresentazione del Carnevale Tradizionale.

Ho percorso quasi tutta la Calabria e i suoi continui cangianti paesaggi. Lasciata l’autostrada A3, sulla statale 106 jonica, approfitto di una breve sosta di rifornimento per godere della vista del maestoso massiccio del Pollino che sovrasta la piana di Sibari. Alessandria del Carretto si trova a 1000 metri s.l.m., con una distanza aerea dalla costa ionica di appena 16 chilometri ma collegata ad essa da una strada provinciale che ne percorre il doppio. Il tragitto si snoda attraverso una serie di tornanti che, considerando le condizioni del manto stradale insieme al possibile transito di animali, non permettono distrazioni nonostante lo splendido paesaggio circostante, con la neve che decora le vette del Pollino.

È evidente, dalle tracce delle numerose frane che hanno interessato la strada, la delicata morfologia del territorio e l’assoluta mancanza della necessaria manutenzione preventiva di chi di competenza (uno dei grossi motivi per cui oggi il paese si ritrova vittima di un grave processo di spopolamento). Una grossa mancanza per un luogo così bello da sembrare fiabesco, un piccolo borgo montano che guarda al mare, coi suoi vicoli stretti e le case di una bellissima pietra del luogo.

Arrivo nel primo pomeriggio e le vie del borgo sono già animate dalla sfilata della rappresentativa di Montemarano (AV) che con maschere e suonatori hanno accompagnato l’intero pomeriggio danzante.

In piazza, tra banchetti di artigiani e profumo di stufato, riabbraccio i ragazzi conosciuti nella mia precedente visita e mi unisco a loro, cittadini di Alessandria ma anche dei paesi limitrofi e delle zone vicine, nel trascorrere la serata. Abbiamo passato tutto il tempo tra racconti, brindisi e gironzolare cantando per le vie del borgo, proprio come, appena due mesi fa, in occasione dei festeggiamenti del Capodanno: una tre giorni di laboratori e danze e accoglienza a cavallo dell’arrivo del nuovo anno, il tutto con l’obiettivo di autofinanziare il festival estivo Radicazioni.

La tradizione che fa rivivere il borgo

È stato proprio in quei giorni che Antonio, proprietario del grazioso b&b in cui ho soggiornato, durante una delle ottime colazioni davanti al caminetto, mi ha raccontato del borgo, di come man mano negli anni si è svuotato cedendo sempre più abitanti a territori lontani (dalla vicina Trebisacce fino a stati esteri), della chiusura della scuola, di come riviva puntualmente attraverso le sue tradizioni (per rivivere le quali accorrono anche coloro che negli anni sono emigrati all’estero), di questa antica manifestazione popolare celebrata tra le vie del paese nel periodo carnevalesco.

Si era persa un po’ la tradizione e dopo un silenzio di circa cinque, sei anni, i ragazzi decidono di riprendere gli antichi costumi e inscenare nuovamente per le strette vie del borgo quella magica danza di colori, passi e suoni cui sin da bambini avevano assistito.

Il racconto di come siano proprio i giovani con il loro costante impegno a voler mantenere in vita questo piccolo centro e le sue tradizioni per me allora fu così emozionante da indurmi a prenotare subito il soggiorno con un anticipo di due mesi.

Il risveglio domenica mattina è accompagnato dai rintocchi del campanile e dalla vista delle tegole dei tetti illuminate dal sole; le pareti di pietra della camera, a ridosso della canna fumaria del camino, sono ancora calde e dopo l’abbondante e gustosissima colazione (uno dei tanti punti forti di questo davvero accogliente b&b) ho raggiunto la piazza dove già erano iniziati i preparativi e vi ho trovato Francesca che vestirà i panni di Coremm, la Quaresima, impersonando un’anziana con la gobba, vestita a lutto, col volto annerito dalla cenere che si porta appresso delle grosse forbici da tosatura e il fuso con cui colpisce i passanti alle gambe. Ho avuto il piacere di assistere alla sua vestizione mentre nel frattempo in altre case venivano vestiti i Połëcënellë Biellë.

Il borgo si trasforma in un grande teatro e i Połëcënellë Biellë sono i protagonisti (la tradizione di vestirsi e i passi di danza venivano tramandati di padre in figlio così come alcune parti del vestiario, mentre altre venivano appositamente prestate). Vestiti di bianco e adornati da colorati scialli, fazzoletti di seta antica e coccarde, i Biellë indossano un copricapo davvero singolare fatto di piume, fiori, nastri colorati, perle e uno specchio al centro, il volto è coperto da una maschera lignea costruita dalla maestranza artigianale e hanno un campanaccio legato dietro la schiena il cui suono indica il loro arrivo e che viene silenziato durante il ballo. In mano portano lo ‘scriazzë‘, un bastone di legno intarsiato con due pon pon di lana all’estremità, l’unico mezzo attraverso il quale interagiscono col pubblico. Con i suonatori al seguito, si accompagnano nelle danze a donne in costume tradizionale con passi di tarantella lenta e posata e rappresentano l’eleganza, la bellezza e la rinascita.

Nella danza per le strade che compongono questo grande palcoscenico urbano si contrappongono alla bellezza i Połëcënellë bruttë (Laijëdë) che rappresentano lo scompiglio e la confusione. Indossano vestiti logori, maschere improvvisate sul viso, lanciano cenere ai piedi di chi incontrano correndo o ballando in maniera disordinata. Il loro caotico ballo entra nella scena non appena la stessa viene lasciata dai Biellë (le due figure infatti non entrano in contatto).

Un’altra particolare figura è l’Ursë, una maschera dalle sembianze bestiali, il volto scurito dalla fuliggine, enormi corna in testa, il corpo ricoperto di pelli e grossi campanacci alla cintura. L’Ursë viene trascinato incatenato per le vie del paese, in alcuni momenti tenta di liberarsi e per questo viene percosso cadendo a terra con le tipiche movenze di una grosso animale ferito, come nel difficile tentativo di contenere la forza oscura della natura.

Calata la sera i Biellë si tolgono la maschera e si iniziano così le serenate in ognuna delle case di chi ha prestato parti del vestito. La carovana festante viene accolta in casa con vino e cibo e ci si intrattiene un po’ in un danzante convivio.

L’accoglienza è uno dei punti forti di Alessandria del carretto, crocevia di più Regioni e relative culture; contaminazione che appare chiara negli usi, nei costumi, i modi e il calore di chi qui vive.

L’indomani, dopo aver pranzato ho fatto ancora qualche saluto dando appuntamento al prossimo incontro (a fine Aprile sarà la volta della la festa della “Pita” – un antico rito arboreo), mi incammino sulla strada del ritorno con la gioia di aver vissuto questi bellissimi giorni di festa e di esser tornata in un angolo bellissimo di Calabria che meriterebbe molta più attenzione da parte degli enti interessati al suo mantenimento e cura ma che per fortuna ha un gruppo di giovani che con passione e determinazione è presente e si prodiga per la sua tutela e il tramando delle tradizioni.

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