La natura è irriducibile: quando si lavora per la valorizzazione del patrimonio ambientale, questo concetto lo si sperimenta molte volte. Il viaggio in Valle dell’Aveto ce lo ha ricordato per l’ennesima volta: qualsiasi sia il modo in cui si tenta di schiacciarla, di recintarla, o di renderla invisibile, la natura alla fine riprende il sopravvento. Si adatta, si trasforma, si evolve.

I cavalli selvaggi dell’Aveto sono un esempio vivente dell’irriducibilità della natura: scomparsi in natura molti anni fa, sono tornati adattandosi perfettamente all’ambiente intorno. Nel corso dell’escursione scopriremo che non sono solo in perfetta armonia con il Parco, ma che sono essenziali per il delicato equilibrio di queste zone.

Aveto, cavalli selvaggi

Abbiamo conosciuto i cavalli selvaggi del Parco naturale regionale dell’Aveto grazie al progetto che li tutela I Cavalli Selvaggi dell’Aveto Wild Horse Watching: Paola ed Evelina, creatrici dell’iniziativa, ci hanno fatto scoprire questo prezioso patrimonio naturale, raccontandoci la particolare storia di questi animali tanto forti quanto delicati.

La storia dei cavalli selvaggi dell’Aveto

L’escursione parte dal Lago di Giacopiane, un bacino artificiale a 1020 m di altitudine meta di ristoro per gli animali della Valle Sturla, situato nel comune di Borzonasca. La valle Sturla è una delle tre valli del Parco naturale regionale dell’Aveto, insieme alla valle dell’Aveto e alla val Grevaglia: qui Evelina Isola, naturalista e guida del nostro gruppo di horsewatchers, inizia a raccontarci da dove vengono queste splendide creature.

Scomparsi molti anni fa, i cavalli selvaggi sono tornati a popolare l’Aveto per una serie di coincidenze: sono gli eredi di un gruppo di cavalli domestici rimasti “orfani” del loro proprietario, a causa della morte dell’uomo. Dai dieci capi iniziali, il loro numero è aumentato man mano: in soli 15 anni sono tornati ad essere selvaggi, adattandosi perfettamente all’ambiente circostante.

“I primi dieci cavalli erano di due razze: Bardigiani e Franches-mountagnes”, racconta Evelina. Nei cavalli è possibile distinguere alcuni tratti morfologici delle due varietà che si sono fuse in esemplari unici nel loro genere. Evelina e Paola lavorano alla loro tutela non solo per passione e per lavoro, ma anche e soprattutto per rispondere ad un’emergenza.

“Queste zone è in gran parte proprietà privata – spiega Evelina – i cavalli non sono graditi a tutti: negli anni ci sono state diverse lamentele e anche fucilazioni di capi.”

Nel 2009, infatti, dopo l’uccisione di due esemplari da parte di alcuni bracconieri, il Parco e i comuni della zona si mobilitarono per dare soluzione a quello che veniva considerato come “un problema”. E’ nato così un protocollo d’intesa firmato con alcune associazioni, l’ente Parco, i comuni e l’Asl: la prima soluzione “valida” sembra il macello. Una parola orribile, ma anche una soluzione assolutamente inadatta dal punto di vista sanitario: il ministero della Salute vieta la macellazione di capi la cui provenienza non è certificata.

Scongiurato il pericolo del macello, la seconda opzione è stata quella di addomesticarli, dandoli in adozione e allontanandoli dalla condizione ormai diventata “naturale”. Questa si rivelerà un’altra scelta a dir poco inopportuna: alcuni cavalli, non abituati al cibo domestico, muoiono per coliche intestinali, altri muoiono per infarto, trovandosi d’improvviso chiusi in qualche metro di stalla.

“Una soluzione etologicamente scorretta – spiega Evelina – la cattura fatta con metodi aggressivi, nessuna attenzione per il trauma del passaggio dalla libertà alla cattività”. Ed è proprio allora che Paola ed Evelina decidono di intervenire: sciolto il fallimentare protocollo, si attivano per far capire a tutti la necessità di tutelare i cavalli e la gravi conseguenze di un loro allontanamento dalle zone del parco. Ma come fare?

“Ci siamo dette: dobbiamo portare turisti, viaggiatori e appassionati nel parco. Dobbiamo spiegare perché i cavalli devono restare qui e perché devono restare selvaggi: dobbiamo raccontare il fondamentale ruolo che ricoprono in valle”. Da lì l’idea di inaugurare una serie di incontri di Horsewatching che, come dice Evelina, “hanno superato le nostre aspettative”.

Come vivono i cavalli selvaggi dell’Aveto

“I cavalli selvaggi dell’Aveto non hanno alcun rapporto con l’uomo: mangiano, bevono e si riproducono in completa autonomia. In soli 15 anni si sono adattati all’ambiente, diventando complementari ad esso”: così Evelina ci racconta le incredibili capacità di questi animali.

Per vivere non necessitano dell’intervento umano, trovano nel Parco dell’Aveto tutte le risorse di cui hanno bisogno. “Assumono vitamina C dalle bacche di rosa canina che popolano il parco, per prevenire le infestazioni di parassiti mangiano le foglie di faggio, che contengono creosoto, un vermifugo naturale”. Inoltre, estrapolano i sali minerali leccando la parte bagnata di rocce rosse, ricche in ferro, presenti nelle zone di torbiera.

La nostra escursione è baciata dalla fortuna: i primi cavalli li avvistiamo quasi subito. E’ un branco numeroso, ma Evelina ci spiega che il massimo di componenti arriva a 12: dove ci sono branchi più numerosi è possibile che avvenga una scissione in due distinti gruppi, che diventeranno branchi autonomi. Il numero dei partecipanti all’escursione conferma quello che ci racconta Evelina: l’entusiasmo per i cavalli selvaggi dell’Aveto è stato immediato.

I cavalli selvaggi dell'Aveto

I cavalli selvaggi dell’Aveto: il puledro steso al sole

“Dai primi tour in poi, abbiamo avuto visibilità da parte dei media e tante richieste da parte del pubblico, segno che tutelare i cavalli e valorizzare la valle grazie alla loro presenza è possibile”. Ma come fare? Lasciandoli nella loro condizione, evitando di imboccare la strada dello sfruttamento tout court, spiegando a viaggiatori e amatori quanto sia delicato il loro equilibrio e quanto sia importante per la Valle che restino selvaggi. Ed è proprio questo il nodo: i cavalli hanno bisogno di tutela, ma devono restare selvaggi.

Il perché è molto più semplice di quello che si pensa: oltre ad essere di una bellezza indescrivibile, sono essenziali per l’equilibrio della flora e della fauna della valle. I cavalli una pianta erbacea “ricotruttrice del bosco”, il Nardo, che tutti gli altri animali presenti in valle evitano: questa erba, che cresce a macchie, non deve invadere tutti i territori: la presenza dei cavalli in questo senso diventa una garanzia.

Portando via i cavalli dall’Aveto si rischia di mettere in pericolo un delicato equilibrio: malgrado l’evidenza, sono molti ancora quelli che vorrebbero allontanarli da quelle zone. La tutela dei mestieri della Valle deve andare di pari passo con la tutela dell’equilibrio di queste preziose zone: per ogni allevatore, la protezione della “salute” della valle deve essere prioritaria e questo passa soprattutto per la tutela e la valorizzazione di ognuno degli elementi della flora e della fauna locale.

Grazie al successo ottenuto fin ora da Paola ed Evelina, il progetto Wild Horse Watching, dopo aver ricevuto nel 2012 il patrocinio del Wwf Italia e del Parco Naturale regionale dell’Aveto, diventerà un progetto pilota per la gestione degli equidi vaganti in tutta Italia. L’Aveto, infatti, non è l’unica aera in Italia che necessita di un intervento di tutela del genere.

“Con l’Università di Genova inizieremo una serie di attività di monitoraggio dei capi di questa zona, che potrebbe diventare lo standard per intervenire in situazioni simili su tutto il terriotrio italiano”. Monitorare i cavalli significa infatti fare un decisivo passo in avanti nella strada che porta a una loro completa tutela e valorizzazione.

Le splendide immagini realizzate durante la nostra escursione rendono bene l’idea di cosa significhi godere della presenza ravvicinata di questi incredibili animali, senza per forza dover “intervenire” nella loro naturale evoluzione, proteggendoli dall’impatto delle attività umane. Per avere informazioni su come partecipare ai tour e agli itinerari di horsewatching, e visitare inoltre il parco dell’Aveto, basta contattare le due responsabili del progetto.

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